piero montanari

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L'AUTORE

giovedì 16 novembre 2017

Muore Luis Bacalov, il premio Oscar per le musiche de “Il postino”


(di Piero Montanari - da Globalist, Il Giornale dello Spettacolo, Romait)


In seguito ai postumi di una grave ischemia, è morto Luis Enrique Bacalov, lo straordinario musicista argentino premio Oscar 1996 per la colonna sonora de “Il postino”, l'ultimo struggente film di Massimo Troisi. Bacalov aveva 84 anni ed era stato ricoverato al San Filippo Neri di Roma alcuni giorni fa in gravi condizioni, ma senza aver mai perduto conoscenza.
Era nato a San Martin il 30 agosto del 1933, da una famiglia di origine bulgare e di religione ebraica. Mostrò sin da piccolo un grandissimo talento per la musica, fino a divenire un bambino prodigio del pianoforte. Girò molto tra la Colombia e l'Europa, prima di approdare nel nostro paese che lo accolse e che scoprì la sua grandezza nei primi anni '60, prima alla casa discografica Fonit Cetra, dove lavorò per un breve periodo, poi alla storica Rca di Roma, dove divenne l'arrangiatore principe, insieme ad Ennio Morricone, dei primi grandi successi di Rita Pavone (“La partita di pallone, “Cuore”, “Il ballo del mattone”) ma anche di Umberto Bindi, di Neil Sedaka, firmando il debutto di Gianni Morandi con il brano “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” che lanciò nell'olimpo musicale il cantante di Monghidoro.
Alla Rca incontrò il cantautore Sergio Endrigo, col quale iniziò a lavorare e a comporre successi indimenticabili quali “Io che amo solo te”, “Se le cose stanno così”, “Era d'estate”, “Canzone per te”, “Lontano dagli occhi” “L'arca di Noè”. Purtroppo la loro amicizia e il loro sodalizio finì male, perché Endrigo portò Bacalov in tribunale, accusandolo di avergli “rubato” la melodia del tema principale de “Il postino” che fece vincere l'Oscar al compositore argentino. Fu per questo condannato dalla corte di appello di Roma a spartire con gli eredi di Sergio Endrigo, scomparso nel 2005, i cospicui introiti del famoso brano, leit motive della colonna del film.
Musicista eclettico e di estrazione classica, Bacalov fu compositore di molte colonne sonore memorabili, come quella per il felliniano “La città delle donne”, dove subentrò a Nino Rota, scomparso improvvisamente. Ma fu anche il musicista di Pasolini, di Scola, di Dino Risi, di Francesco Rosi per il quale musicò “La tregua”.
Personalmente lo incontravo spesso alla fine degli anni '70 nei corridoi e nelle sale di registrazione, al famoso bar della Rca di Roma, conoscevo bene il suo talento, anche se non abbiamo mai avuto modo di lavorare insieme. Il contestato brano principale della colonna sonora de “Il postino”, rimane per me uno dei suoi temi più belli e struggenti, anche perché legato alle ultime apparizioni di un sofferente Massimo Troisi, che di lì a poco ci lascerà. Bacalov era anche un sublime pianista di tango argentino, musica del suo sangue, che amava scrivere e che suonava nei concerti in maniera straordinaria.

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lunedì 13 novembre 2017

Violenze ad Ostia: Suburra e Gomorra? Filmetti per educande.


(di Piero Montanari)

Quando si dice che la realtà supera la fantasia. Un luogo comune trito e ritrito che si tira fuori dal cassetto per commentare dei fatti che generalmente accadono solo nei film, dove, quasi sempre, i “buoni” vincono e i “cattivi” o muoiono, o marciscono in galera a vita. Torni a casa dal cinema o ti alzi dal divano della tv, vai a letto e vedi il telegiornale prima di addormentarti.
Oggi la fantasia degli autori e soggettisti di storie cinematografiche deve galoppare velocemente se vuole attrarre spettatori, perché ci si deve confrontare con una realtà difficile da superare. Nei nostri anni digitali si è parlato di realtà virtuale, dove entravi con un casco elettronico in un mondo costruito al computer, nel quale interagivi con personaggi di fantasia. Poi si è parlato di realtà aumentata, dove attraverso occhiali, o proiezioni sul parabrezza della tua auto, o addirittura tramite lenti a contatto, osservi ciò che ti circonda, “aumentato” da dati che si immaginano utili alla tua vita quotidiana.
A questo punto possiamo parlare tranquillamente di una nuova realtà, la “realtà superata”, e una nuova era di comunicazione si prospetta davanti ai nostri occhi. Ma ritorniamo al momento di quando, tornati a casa dal cinema o sollevati dal divano della tv, ci infiliamo nel letto e diamo un ultimo sguardo alle notizie prima di addormentarci.
Ecco che ci appare il giornalista Daniele Piervincenzi, inviato del programma di Rai Due “Nemo – nessuno escluso” che pone delle domande a un signore di etnia sinti, Roberto Spada, fratello di un boss, di Ostia, Carmine Spada, condannato a dieci anni per estorsione con l'aggravante del metodo mafioso. Il giornalista gli domanda semplicemente perché si fosse fatto fotografare con un esponente di Casapound, Luca Marsella, leader di una delle liste del X Municipio di Ostia. Per tutta risposta Spada gli dà una violenta testata sul naso, rompendoglielo, e poi insegue il malcapitato operatore Edoardo Anselmi, picchiandolo ripetutamente con uno di quei bastoni di gomma dura in dotazione ai fascisti d'azione.
Ed eccoci alla “realtà superata”. Sto guardando il Tg o il trailer di una delle puntate della terza serie di Suburra? O di Gomorra? Non lo so, non lo capisco, sono confuso. Mentre il sangue scende copiosamente dal naso fratturato del povero giornalista, mi si chiudono gli occhi e, mentre cerco il telecomando per spegnere il televisore, penso che forse l'autore di questo film ha esagerato con le scene di violenza.

lunedì 30 ottobre 2017

L'essenza umana di Rino Gaetano nel nuovo libro di Matteo Persica


(di Piero Montanari da Globalist - Il Giornale dello Spettacolo - Il Quotidiano del Lazio)

Giovedì 2 novembre alle ore 18 presso La Feltrinelli di via Appia Nuova 427 a Roma, ci sarà la nutrita presentazione del libro: Rino Gaetano. Essenzialmente Tu, di Matteo Persica (Odoya Edizioni - 20 euro, 320 pagine), arricchito da fotografie inedite e un sedicesimo di immagini a colori.

Noi “gaetaniani” aspettavamo con ansia questo nuovo lavoro di Matteo Persica, dopo il brillante successo di critica e di lettori ottenuto col suo libro d'esordio nel 2016: Anna Magnani Biografia di una donna. L'ansia non era solo dovuta all'attesa di leggere quale profilo umano potesse scaturire dalle decine di racconti di noi amici e collaboratori del cantautore crotonese, raccolti con meticolosità dall'Autore, ma anche perché il libro ha avuto una difficile gestazione, avendolo Matteo preso e lasciato più volte, ma poi concluso, per fortuna.

Come dice lo stesso Autore, “Questo libro, nasce per essere una biografia soprattutto dell' ”uomo” Rino, finisce poi per essere, verso di lui, un vero atto d'amore.” Come in Anna Magnani, Matteo Persica riesce a resuscitare la voce narrante del protagonista senza farsi intimorire dalle lacune: quel che Gaetano non ha detto nelle numerose interviste, lo dicono gli amici, i colleghi, le fidanzate.

Il libro contiene la spiegazione di Gaetano dei suoi testi, che tramite la comicità e il “nonsense” (Jannacci tra i suoi punti di riferimento) trattano di tematiche esistenziali e sociali importantissime come la schiavitù dai prodotti legati al petrolio (“Spendi spandi effendi”) o la totale indifferenza dell’essere umano per il proprio simile (“Mio fratello è figlio unico”).

Ma tornando al ritratto di Rino, la sua personalità è racchiusa in fondo in queste quattro frasi: “Dalla vita uno dovrebbe avere l’essenziale con un pochino di superfluo.” Se insisti, e gli chiedi cosa è per lui l’essenziale e cosa il superfluo: “L’essenziale è mangiare, bere, dormire e fare l’amore” ti dice candidamente. “Il superfluo è passare davanti a un bar, vedere un flipper e buttarci dentro cento lire e, magari, pur sapendo che ti chiude il ristorante e non potrai più mangiare, te ne freghi perché il superfluo è più importante dell’essenziale.”

Dice Matteo Persica nella sua presentazione: “I protagonisti di questa storia, oltre a Rino, sono i suoi amici ed i suoi colleghi che, attraverso le loro testimonianze, i loro sguardi e le loro emozioni, mi hanno dato modo di dar vita a queste pagine. Qualche nome lo conoscerete, altri vi risulteranno anonimi ma non per me, che li porto tutti nel cuore.” Per me è un onore leggere il mio nome tra questi.

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mercoledì 18 ottobre 2017

La terribile storia di Asia Argento e dell'Orco di Hollywood


Il grido di Hollywood al femminile contro Harvey Weinstein non sembra placarsi. Ieri alla lista delle grandi star abusate s'è aggiunta l'attrice americana Rose McGowan, la quale accusa il grande produttore di averla stuprata. Ormai sono in pochi a difenderlo, tra questi il grande regista Oliver Stone, quando parla di linciaggio in piazza al posto di un regolare processo, che sicuramente farà seguito a questo increscioso scandalo.
Tutto nasce – come sappiamo - da un articolo del New York Times della scorsa settimana, che ha raccontato dei comportamenti sessuali di Weinstein, il quale avrebbe abusato della sua posizione dominante per ottenere favori sessuali dalle attrici scelte o da scegliere per i suoi film. La storia sembra essere la stessa squallida di sempre, “o me la dai o ti caccio dal cast”, e le richieste non erano nei confronti di sprovvedute donne in cerca di visibilità, ma di vere stelle del cinema. Si parla di Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Mira Sorvino Kate Beckinsale, Ashley Judd e molte altre, le quali sembravano non aspettare che un cenno per tirare fuori questo pesante macigno dalla loro anima.
Al coro si è unita Asia Argento, che ha accusato Weinstein di averla stuprata quando lei, appena 21enne, era approdata ad Hollywood col sogno di diventare una grande star. Il produttore–orco le chiese subito prestazioni sessuali alle quali Asia non poté opporsi. La cosa che però appare strana, è che questo stupro - come racconta la stessa attrice - si è protratto per i successivi cinque anni nei quali i due hanno continuato a vedersi e anche a “consumare”, secondo i racconti dell'attrice.
Ora risulta quantomeno strano che la bella, intelligente e disinibita Asia Argento non abbia più potuto sottrarsi negli anni alle grinfie dell'orco di Hollywood. Sappiamo che a pensar male si fa peccato, però un retropensiero è là che si insinua, e cioè che ci fosse stato almeno un piccolo consenso da parte sua, capendo, suo malgrado, quanto l'ignobile produttore potesse contare per la sua carriera.
E' una storia squallida che si ripete purtroppo ogni giorno, non solo nel rutilante mondo dello spettacolo, nello “star system” mondiale, ma anche più modestamente in qualunque posto di lavoro dove ci siano donne subalterne e uomini con posizioni dominanti. Il famoso divano del produttore, dove sono nate le più brave attrici del mondo, continua ad essere un luogo indesiderato per tante donne, ma molto ambito per altre, che farebbero a gara per farci qualche seduta.




martedì 3 ottobre 2017

Baglioni un tempo sfotteva il Festival, ora lo presenta.

Ho scritto questo pezzo alcuni giorni fa per il Giornale dello Spettacolo con il quale collaboro da alcuni anni, articolo ripreso da Il quotidiano del Lazio e da Globalist. 
Il contenuto non è stato gradito da Claudio, in aggiunta ad un post da me scritto (e poi prontamente eliminato) in una chat su FB, dove parlavo di una nostra conversazione privata su WhatsApp e dove lui mi raccontava i suoi dubbi se accettare o meno la direzione del Festival. Tra le cose piacevoli di questo incarico, certamente oneroso e complicato, metteva però in conto, non il cospicuo cachet, ma soprattutto il piacere di una nuova sfida, legata ad un ulteriore colpo di notorietà che - aggiungevo - è per gli artisti una "droga", parlando comunque in generale. Ebbene, pur scusandomi con lui più e più volte, non ho avuto nessun cenno da parte sua. Non mi sembrava, in tutta coscienza, di aver rivelato chissà quale fatto privato inenarrabile. Un'amicizia sporadica ma sincera la nostra, nata nel tour Alè ò ò e durata più di 35 anni, dispiace vederla finire in tarda età, e con l'aggravante dei futili motivi. Il pezzo è sicuramente satireggiante ma affettuoso, e rivela inequivocabilmente il bene e la stima che ho per Claudio.


Oggi la conferma ufficiale che Claudio Baglioni sarà il direttore artistico del 68° Festival di Sanremo, e che sarà anche presente sul palco come presentatore “aggiunto” di una squadra che ancora si sta delineando. La Rai - mi raccontava Claudio in una nostra conversazione privata - anzi, “i Rai” come li ha chiamati lui, hanno molto insistito per averlo al Festival, e lui alla fine ha ceduto. Sarà per il cospicuo cachet vicino ai 600mila euro, anche se mondato del 10% come richiesto “dai Rai”, sarà per l'ulteriore botta di popolarità che gli darà il Festival, una “nazional – popolarità” che lui non disdegna affatto, sarà perché in vecchiaia si revisionano molti pensieri che in gioventù erano più radicali, come quello di prendere grandi distanze dalla “pochezza” delle proposte musicali di Sanremo, e sentirsene, tutto sommato, al di sopra. Ma, come si dice, si nasce incendiari e si muore... pompieri.
Assisterò, quindi, con grande curiosità al festival di Claudio, amico e Artista che ha la mia stima totale, per il suo grande talento di scrittore di canzoni straordinarie, per il suo profilo umano, sempre basso e critico verso sé stesso, e poi quello professionale, dubbioso e perfezionista, tanto da restare anche dei mesi in “surplace” prima di decidere l'ok su una frase di una canzone o il cambio di un accordo.
La curiosità principale, però, me la motiva il fatto che Claudio il palco di Sanremo l’ha sempre un po' criticato e certamente snobbato, se togliamo quell’unica volta che andò a cantare dal vivo, da solo col pianoforte, Questo piccolo grande amore, nel brutto periodo dove a Sanremo i cantanti si esibivano in playback. Lo fece – e me lo disse – “per far vedere a quelli come si canta dal vivo”.
L'idiosincrasia per il Festival di Claudio arrivava al punto di organizzare serate a casa sua con noi amici e collaboratori dell'epoca (si parla di Alè ò ò), proprio per non assistere allo spettacolo da solo, e giocare insieme allo sfottò di questo o quel cantante o canzone. Ricordo una di quelle sere dove mise addirittura in palio un premio simbolico per chi avesse indovinato il vincitore (una bottiglia di vino fatta come la coppa dei mondiali di calcio, che peraltro quella volta vinsi per aver azzeccato il pronostico).
Ora evidentemente le cose sono cambiate, in Baglioni ci sarà stato sicuramente il desiderio non guardare il Festival da casa scherzandoci su, e avrà prevalso in lui la possibilità di poter incidere, con il suo gusto e la sua professionalità, sulla qualità dei brani e degli artisti interpreti.
Meglio essere dentro la “storia” che guardarla o criticarla mente accade. Solo che Claudio dovrà, per forza di cose, decidere velocemente a scegliere brani e cantanti, perché i tempi televisivi non gli permetteranno pause riflessive di settimane o mesi, come suo solito. E questo so bene che lo farà soffrire, e anche tanto. In bocca al lupo Claudio.

giovedì 7 settembre 2017

Mille musicisti contro la Siae «Ridateci l’assegno mensile» (Corriere della Sera14 May 2017)



Giovedì il Consiglio di Stato deciderà sui 615 euro. «Per molti sono il pane»


Franco Cerri, virtuoso della chitarra, celebre per lo spot pubblicitario «l’uomo in ammollo», a 91 anni non se la passa benissimo. Come lui, si lamentano più di mille musicisti, compositori e autori di cinema e tv che, a una certa età, si sono ritrovati privi di una fonte di reddito.
Il cantautore napoletano Peppino Gagliardi è uno dei disagiati. Al pari del grande jazzista Enrico Intra. Tutti sofferenti a causa della Siae, la società di autori ed editori. La somma veniva erogata grazie a un fondo creato nel 1949 al quale attingere in età avanzata. Un deposito alimentato con il 4 per cento dei guadagni di ciascun autore e con un contributo del 2 per cento degli editori. Una specie di conto privato al quale i sottoscrittori affidavano la speranza di ottenere una piccola rendita negli anni del bisogno. Lo stop nel 2011.
Una trentina di anni fa, la Siae stabilì che l’assegno mensile prelevato da quel Fondo sarebbe stato uguale per chiunque ne aveva diritto, una piccola cifra che oggi corrisponde a 615 euro al mese. Sembra poco, ma per tanti era una manna dal cielo. Qualcuno con quella somma pagava una badante alla quale ora ha dovuto rinunciare.
Le storie più tragiche riguardano alcune vedove di artisti che utilizzavano quei soldi per pagare la retta di una casa di riposo, e adesso, prive di risorse, sono finite in mezzo a una strada. Il bassista Piero Montanari ha aperto una pagina Facebook chiamata «Comitato Millesoci» in cui elenca gli artisti colpiti dalla cancellazione dell’assegno mensile. Contempla i nomi di personaggi noti ai telespettatori come Ugo Gregoretti, Giancarlo Governi, Paolo Limiti.
Il modo in cui la Siae decise di interrompere l’erogazione dell’assegno è abbastanza singolare. Lo fece durante il periodo natalizio del dicembre 2011, quando la società era controllata dal commissario Gian Luigi Rondi. Senza darne comunicazione e senza giustificare.


venerdì 28 luglio 2017

QUELLE MALEDETTE ANIME FRAGILI


di Piero Montanari


Amy Winehouse morì tragicamente il 23 luglio di sei anni fa per gli eccessi di alcol e droga, e la sua fine, purtroppo scontata, era stata prevista a breve perfino da sua madre, e suo padre aveva già scritto l'epitaffio per la sua tomba. Una storia che fece raccapriccio questa di Amy, cronaca di una morte annunciata e avvicinata ad altrettante morti tragiche e famose: Brian Jones, asmatico chitarrista degli Stones, morto affogato di droga e alcol nell'acqua nella sua piscina, Jimi Hendrix, soffocato dal suo vomito, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, una sfilza di overdosi, il "Club dei 27", come viene brutalmente e tristemente chiamato questo gruppo di musicisti della 'rock area' che non arrivano a festeggiare il 27mo compleanno, e che negli ultimi 40 anni si sono distinti per il grande talento e i grandi eccessi. Ma vengono in mente tanti altri straordinari personaggi che hanno unito questo talento ad una vita senza freni e dissoluta. Ricordo, anche per averci suonato insieme, il grande, grandissimo trombettista americano Chet Baker, la fantastica "tromba bianca" che visse suonando divinamente ma entrando ed uscendo dagli ospedali per disintossicarsi dalle dipendenze. Il 13 maggio 1988, non ancora sessantenne, Chet morì cadendo dalla finestra di un albergo di Amsterdam, spinto giù dalla "scimmia" che stava sulla sua spalla e che non l'aveva mai abbandonato. Ma anche lo straordinario "inventore" del be-bop, Charlie Parker, immortalato dal magnifico film prodotto da Clint Eastwood, Bird, dove si racconta la storia di questo geniale sassofonista morto a trentaquattro anni per gli eccessi di alcol e droghe. E l'elenco continuerebbe tristemente lungo. Strane storie di quel genio e sregolatezza che la società dei "normali" considera inevitabile tra gli artisti, luoghi comuni banali e incongrui, come quello che indica la sofferenza dell'anima viatico essenziale per la creazione dell'opera. Nulla di più falso, lo posso testimoniare. Se stai male non "esce" niente, il dolore e la sofferenza sono i più grandi anestetici della creatività. È la condizione umana che è sofferenza già in sè e non risparmia nessuno, e tutti noi che ci portiamo dietro in ogni istante della vita questo fardello, sappiamo che l'unica cosa che possiamo fare è un passo dopo l'altro in avanti. Le anime fragili, ahimè, soccombono, e cercano di distruggere sé stessi per annullare questo dolore, per loro evidentemente più insopportabile che per altri. Purtroppo, così egoisticamente facendo, ci priveranno per sempre dell'irripetibile straordinarietà del loro talento.

mercoledì 5 luglio 2017

Per me la Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca! 92 minuti di applausi


Di Piero Montanari



Apriamo il nostro solito dibattito – dice il temuto prof. Guidobaldo Maria Riccardelli, megadirettore clamoroso con manie cinefile, magistralmente interpretato dall'amico Mauro Vestri, una caratterizzazione che si è portato dietro per la vita -. “Chi vuol parlare, lei Filini? Calboni?” E qui si alza Fantozzi che chiede di intervenire finalmente, mentre Riccardelli lo invita a parlare e gli ricorda di essere “una merdaccia” e che aspettava da molto un suo parere sulla scena più importante della Corazzata Potëmkin, la donna che salva il suo bambino nella carrozzina spingendolo giù, e che poi cade tra i marinai morti della scalinata di Odessa, mentre l'inquadratura in primo piano è sul famosissimo “occhio della madre”.
In quel che segue e dirà Fantozzi/Fantocci c'è il riscatto dell'Ultimo, la fine di un incubo, la ribellione dell'Uomo vessato, inquadrato nelle morse delle logiche burocratiche aziendali, quando il cosiddetto terziario avanzato rappresentava un incubo per gli impiegati, una gara fatta di colpi bassi e di soprusi ineludibili, una Guyana dell'un contro l'altro mobizzati per un piccolo avanzamento di grado, e i temuti obblighi servili verso i Megadirettori Disumani per mettere la testa un po' fuori dal guano, ed essere finalmente considerati esseri viventi.
Villaggio visse davvero questo incubo che ha magistralmente narrato, quando lavorava alla Cosider di Genova. Raccontava di quel tempo: “Le proiezioni erano abitualmente il sabato sera quando gli intellettuali di sinistra avrebbero voluto divertirsi diversamente, magari andare a cena con una deficiente prosperosa, volgare ma disponibile. Purtroppo c'era il maledetto obbligo del film d'autore, tra i quali il più temuto era la terrificante corazzata Potëmkin.”
Ma ecco che arriva il meritatissimo successo di Paolo Villaggio e lui non tarderà a riscattarsi da quelle maledette serate al cineforum. E questo atteso riscatto arriva nel 1976, sotto la direzione di Luciano Salce, ne Il secondo tragico Fantozzi, dove siamo arrivati quindi all'invito a parlare da parte del prof. Riccardelli, il già citato megadirettore clamoroso con manie cinefile. E Fantocci/Fantozzi, mesto ma deciso, sale sul palco e pronuncia la fatidica frase: “Per me la Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca”

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I 92 minuti di applausi che seguirono, caro Paolo, oggi non si fermeranno più, e proseguiranno di generazione in generazione, ricordando le tue battute, i tuoi film e la tua straordinaria vita. Grazie per quello che ci hai regalato, che è tanta roba, credimi.

Ho suonato il pianoforte di Totò



(di Piero Montanari)


L'appuntamento con la piccola troupe televisiva è a via Dei Monti Parioli, davanti al portone della casa dove Antonio De Curtis, in arte Totò, è vissuto e morto. Aspetto un po' sotto il sole cocente di un'estate arrivata in anticipo, tra eccessivi e inebrianti profumi di fiori, in quella strada a senso unico costeggiata da villini e palazzi signorili, che sicuramente Totò aveva scelto per il silenzio quasi cimiteriale e l'incanto dell'architettura raffinata delle case.

Aspetto ancora un po' poi suono timidamente al citofono dorato e perfettamente lucidato a Sidol, sotto un nome che mi era stato dato, e salgo al piano. Già dentro l'ascensore, con i legni e i pulsanti dell'epoca della sua costruzione, l'atmosfera sembra quella di una macchina del tempo. Scendo e per l'emozione la testa inizia a girarmi già sul pianerottolo, dove si affacciano due appartamenti, uno di fronte all'altro. Non so quale dei due è il “mio”, però una delle due porte socchiuse mi invita ad entrare. “Ecco – ho pensato – questa è casa Sua, la casa di Totò, e sto entrandoci, proprio io”. E non riesco ancora a crederlo.

La domestica mi fa cenno di stare zitto e mi fa entrare nel salone principale, dove trovo la troupe televisiva intenta, vicino ad un vecchio pianoforte marrone che troneggia nella stanza, a riprendere il giornalista che mi ha invitato, mentre racconta qualcosa. Si fermano, mi presento a tutti ed inizio a parlare con il padrone di casa, un distinto signore un po' agé, che comprò quasi sessant'anni fa l'appartamento da Franca Faldini, la compagna che stette vicino al Principe negli ultimi quindici anni di vita. Mi dice che acquistò anche due o tre mobili pregiati che lasciarono lì, e quel pianoforte. Si, il pianoforte di Totò, che il Principe non sapeva suonare, usando solo il dito indice, ma che grazie al quale poté scrivere tante canzoni ricche di bellissime melodie e fascino, qualcosa che Totò aveva nel profondo dell'anima.

Mi siedo dietro al pianoforte per iniziare l'intervista, provo a toccarlo e quasi non riesco per l'emozione, ma poi abbasso le mani sulla tastiera d'avorio gialla e malridotta, provo a toccare quei tasti che Totò aveva toccato. Nessun suono, nulla, solo martelletti che vanno sulle corde e non tornano, producendo uno stridio agghiacciante. “Ma io debbo suonare almeno qualche nota di Malafemmena, non posso non farlo” penso, e cerco tra le ottave almeno un Do, un Re, un Mi e un Si che funzionano. Li trovo in alto, fortunatamente, mentre e il giornalista inizia a farmi le domande e il cameraman a riprendere. Ma perché ero lì? Perché ho realizzato le sigle e tutte le musiche di commento dei programmi su Totò che Giancarlo Governi ha scritto e prodotto per la Rai, e la sigla che abbiamo utilizzato maggiormente, a parte Totò Rap, è stata proprio la canzone più famosa di Totò, Malafemmena, una volta cantata da Fausto Leali, poi da James Senese ed infine arrangiata in stile rock per la prima sigla di testa del Pianeta Totò.

Ecco perché ero lì, anche se pensavo tra me e me di usurpare qualcosa. Alla fine il giornalista mi chiede di accennare le prime note di Malafemmena. Il piano, stonatissimo e mai riparato, risponde con tutti i suoi annosi acciacchi alla mia richiesta... Do – Do – Do, Do – Re – Mi – Re -Do – Si... e su quella nota, impossibile da riconoscere come tale, mi abbandona malinconicamente.

Ma che importa? Ho suonato il pianoforte di Totò e tanto mi basterà per i miei racconti davanti al caminetto.

domenica 11 giugno 2017

La Tv, brutta sporca e cattiva.



(di Piero Montanari)

Qualche anno fa raccontammo proprio su queste pagine l'arrivo della prima puntata del Grande Fratello e ci esponemmo dicendo che questa trasmissione avrebbe cambiato la televisione e che l'avrebbe accompagnata verso una deriva i cui effetti sarebbero stati, a dir poco, devastanti. Senza essere cattivi profeti, ma neanche Cassandre improvvisate, gli effetti poi si sono visti e come.

Pixel, ergo sum, cosa non si fa per esserci e per apparire, si diceva, mentre la televisione mutava in un mostro abnorme e informe, dalle fattezze di pupazzi rossi che vanno in giro ad occuparsi dei nostri diritti di cittadini, presentatori che insultano pesantemente i concorrenti, seppure in un fuori onda, ospiti urlanti di inutili trasmissioni deliranti che si occupano dei fattacci altrui, che si massacrano di improperi in un antistato mediatico fatto di politici che fanno i comici e comici che fanno i politici; o gente comune che assurge a “maitre à penser” solo per aver acquisito crediti di visibilità mediatica.

Ricordiamo lo straordinario evento di grande televisione trash che Gaston Zama delle Iene ci propose qualche settimana fa, quando riprese il disinibito Vittorio Sgarbi nel giorno dei suoi 65 anni mentre, seduto sul cesso, espletava le sue funzioni corporali, il tutto condito da suoni ed effetti naturali, in un momento imperdibile di narcisismo estremo nel quale Sgarbi finalmente poteva replicare se stesso nelle modalità a lui congeniali.

Non lamentiamoci se i ragazzi non guardano più la tv, forti ormai di un'infinita offerta di immagini fatte col telefonino, postate sui social e poi condivise. Nascono così dal nulla nuovi personaggi massmediatici, sconosciuti fin al momento prima di postare sul web: una pernacchia, una flatulenza, un rutto, una canzone stonata, una baggianata detta in italiano stentato, quando non cose peggiori che neanche oso raccontare.

Se la televisione – quella che dovrebbe essere buona, pedagogica, informativa, critica e democratica - intende continuare ad inseguire per gli ascolti quella oscena, brutta, sporca e cattiva che ci viene troppo spesso ammannita, non facciamo fatica a decretarne la morte cerebrale in poco tempo. Converrà, quindi, staccare le macchine che la tengono in vita inutilmente se il registro non cambia. Ma su questa cosa sono molto dubbioso.









martedì 30 maggio 2017

Troppa retorica nella celebrazione di Totti?

(Due opinioni a confronto Piero Montanari, editorialista di Globalist e tifoso della Roma dialoga con il 'non tifoso' Diego Minuti.)


Leggo oggi a firma di Diego Minuti un pezzo su Globalist dove, nella sostanza, viene riconosciuta la grandezza del calciatore Francesco Totti nel giorno tristissimo del suo addio alla Roma, ma non viene capito l'esibizionismo di chi lo saluta con piaggeria, adulazione, lodi senza freni, come se Totti non fosse solo un calciatore, ma “l'incarnazione di un supereroe, uno Spiderman senza calzamaglia, un Wolverine senza artigli, un Superman senza scudo giallo sul petto, desibirsi nello sport preferito dall'italica stirpe.”

Prosegue l'articolo stigmatizzando servizi, articoli, documentari e libri che si sono scritti e fatti su Totti, meritati nella sostanza – aggiunge Minuti - ma con toni che sono stati assolutamente fuori registro. “Ieri sera, nelle battute immediatamente precedenti al calcio di inizio di Roma-Genoa, così come nelle ore precedenti, è stato tutto un inseguire figure retoriche che profumavano d'incenso per definire la grandezza del Totti calciatore.”

Mi viene voglia di chiedere a Minuti non di che squadra sia, perché questo certo non farebbe la differenza, ma dove vive. Se non vive a Roma un po' lo posso capire (ma neanche tanto), perché vivendo nell'Eterna Città non si può non percepire quanto il pallone sia esageratamente importante per tutti. Decine di radio vivono di calcio parlato, e lo fanno monograficamente 24 ore su 24 per Roma e Lazio, con persone che seguono e si appassionano ascoltando i “sacerdoti conduttori” che dalle radio celebrano le cerimonie di calciatori e allenatori.

Insomma, un delirio certamente, ma anche un forte processo identificativo nei confronti dei campioni più amati. E Totti, manco a dirlo ancora, per la Roma è stato il più grande e il più amato. Ero allo stadio per il suo addio e posso testimoniare l'amore incredibile che gli è stato tributato. Il cinismo e il distacco del quale sono da tempo portatore sano, si sono sciolti in lacrime, ascoltando la curva e tutto lo stadio cantare per ore le lodi al suo Campione. Sarà pure stata una combinazione di tanti fattori,compresa la partecipazione emotiva collettiva, ma piangevamo tutti.


O forse Diego Minuti avrebbe immaginato che il più grande campione della Roma finisse la sua venticinquennale carriera con i i compagni che gli regalano l'orologino d'oro col bracciale di coccodrillo marrone, tra deliri di pasticcini, pastarelle, tramezzini e patatine, il tutto annaffiato con litri di vermut Martini dolce, mentre il capoufficio gli consegna la lettera d'addio scritta dalla segretaria?

sabato 27 maggio 2017

Striscia: Flavio Insinna si scusa, i social divisi.



di Piero Montanari



Dopo giorni di silenzio, seguiti alle rivelazioni di Striscia la notizia sulle sfuriate del conduttore e le oscenità dirette ad alcuni concorrenti e agli autori di Affari tuoi, finalmente Flavio Insinna abbozza qualche riga di scuse sulla sua pagina di Facebook.

Mi spiace e chiedo scusa a tutti, senza se e senza inutili ma – esordisce il presentatore - proprio a tutti, dalla prima all'ultima, dal primo all'ultimo. Le mie scuse sono rivolte anche a chi ha fornito immagini dal Teatro delle Vittorie e registrazioni audio prese dalle scale, fra i camerini e le nostre stanze. Sì, voglio davvero scusarmi anche con chi ha tradito la mia fiducia perché, purtroppo senza volerlo, li ho costretti a dare il peggio di loro stessi. Quasi quanto me. Mi spiace davvero. Sono sempre io, nel bene e nel male. Sul lavoro sono pignolo, ossessivo, incessante – prosegue Flavio -e so distruggere in un istante tutto il bello che ho costruito fino a un attimo prima. Sono bravissimo a passare subito dalla parte del torto. Uno nessuno centomila. Grido, litigo, urlo, dico cose che non penso perché vorrei che tutto fosse sempre perfetto. Poi faccio battute in dialetto mischiate ai titoli dei film che amo. Odio i toni beceri (e meno male! ndr) ma poi sono un fenomeno a usarli. È successo tante volte (mi sono sempre scusato), potrebbe accadere ancora. Ma ci metto sempre la faccia. Sempre in prima fila. In primissima se c'è da prendere i fischi. Gli applausi e i premi (chi mi conosce lo sa) amo condividerli con i compagni di viaggio. Ho sempre difeso un programma che amo, ingiustamente infangato da anni, sempre e comunque. Sì, sono questo e sono quello. Se adesso vi aspettate una lista di mie buone azioni, mi spiace, resterete delusi. Se avrete voglia o curiosità, le troverete da voi.”

E poi , ovviamente, ce n'è pure per Striscia, che da anni fa una guerra spietata ad Affari tuoi, sua concorrente nell'importante fascia preserale, prima con la questione dei pacchi truccati e poi con la sfuriata di Insinna, che di certo non gioverà al futuro dell'attore. “Un'altra cosa che mi fa infinitamente tristezza, quanto le mie scenate, è che tutta questa pornografia televisiva con filmatini e vendetta incorporata sia fatta per cercare qualche straccio di punto di ascolto in più. Adesso però siamo saliti, anzi scesi di livello. Gli insulti, l'odio, i filmati rubati dal buco della serratura sono soltanto contro di me. Odio allo stato puro. Chi crede di distruggermi, mi ha in realtà fatto un grande regalo: la libertà. La libertà di essere ai vostri e ai miei occhi semplicemente una persona.”

“Ah, una cosa che non potete sapere, i miei amici sì, è che un minuto dopo la sfuriata sono il primo ad essere mortificato, il primo a tornare indietro per chiedere scusa :"Daje! Domani faremo tutti meglio. Io per primo. Grazie a tutti. Buonanotte”.


Caro Flavio – gli ho scritto a commento sulla sua pagina di fb - non è che puoi accoltellare qualcuno e poi chiedergli scusa, troppo facile! Troppo facile dire “io sono così, ci metto la faccia”... Non è vero, perché la faccia (oscena, permettimi) che è venuta fuori dagli audio rubati era bella nascosta (o credeva di esserlo, peggio mi sento!). Ora se fossi in te farei una bella pausa, magari un altro libro con i commenti che raccoglierai, perché sono un interessante spaccato che la gente comune ha della tua personalità televisiva, “avant et aprés le delouge”. Solo un piccolo consiglio, se permetti: è brutto essere preda della rabbia, non fa ragionare, è la parte peggiore di un essere umano. Prenditi un tempo sabbatico e lavoraci, perché se il successo deve portare a questo stress, meglio scegliere di spegnere il “cercapersone” e passare direttamente alla riabilitazione. Comunque auguri, anche se sei stato deludente.

A presto Capitano, va' dove ti porta il pallone.


(di Piero Montanari)

Ed eccolo alla fine l'atteso e scontato annuncio dell'addio alla Roma di Francesco Totti, uno dei più grandi campioni del calcio, certamente il più importante che l'AS Roma abbia espresso tra le sue fila.
Con poche parole su Facebook ci dice che: “Roma-Genoa, domenica 28 maggio 2017, sarà l’ultima volta in cui potrò indossare la maglia della Roma. È impossibile esprimere in poche parole tutto quello che questi colori hanno rappresentato, rappresentano e rappresenteranno per me. Sempre. Sento solo che il mio amore per il calcio non passa: è una passione, la mia passione. È talmente profonda che non posso pensare di smettere di alimentarla. Mai. Da lunedì sono pronto a ripartire. Sono pronto per una nuova sfida.”

Poche righe laconiche, come suo solito, e come suo solito c'è scritto molto di più di quello che si legge. Ci dice che amerà per sempre la Roma, squadra a cui ha dedicato la sua vita e la sua carriera, ma ci dice anche che non smetterà di giocare a calcio, perché questo sport lo ama visceralmente, come solo un bambino può fare, e che da lunedì prossimo, fine dei giochi, lui è pronto a ripartire per una nuova sfida.

E pensare che quel bambino aveva promesso tante volte che non avrebbe mai indossato una maglia che non fosse quella giallorossa, ma quel bambino non può smettere di giocare, e se la Roma, la “sua” Roma non lo vuole più o lo vorrebbe come passacarte di lusso, lui è pronto ad andare via, a giocare ancora da qualche altra parte dove c'è un campo (“E si nun c'è er campo come faccio a giocà?” ci dice Francesco, testimonial in una delle tante sue divertenti pubblicità ).

La stagione 2016/17 deve essere stata un vero calvario per quel bambino, costretto nel recinto dei tori infuriati in panchina, e buttato dentro l'arena da Spalletti – il “piccolo uomo che non lo faceva giocare” - per tre o quattro minuti ogni volta, alla fine, quando la partita era già aggiudicata per la Roma, quasi un insulto, l'ultima ingiuria al “dio” dei calciatori, In Nome Franciscus Rex Romanorum. Eppure quel quarantenne bambino lo scorso anno permise alla Roma, con le sue giocate fantastiche, di entrare in Champions, anche se dalla porta di servizio.

Sappiamo che non deve essere stato facile neanche per Spalletti gestire questo ultimo difficile anno di Totti, tra polemiche e pressioni dell'ambiente, con la tifoseria divisa tra Totti si e Totti no, con la società latitante e lui, il cervellotico e bravo allenatore di Certaldo, plenipotenziario con diritto di vita e di morte, a non sapere cosa fare e soprattutto cosa farci, con questo bambino quarantenne, pieno di talento ma – secondo lui – non più buono a vincere le partite. Un calvario, appunto, come dicevamo prima.

Per Francesco Totti da Porta Metronia, per questo straordinario e amatissimo talento indiscusso del calcio che va via dalla Roma dopo ventiquattro anni dall'esordio (a 16 anni il 28 marzo 1993, nei minuti finali della partita Brescia Roma (0-2), ci piace rispolverare ciò che rispose la teologa tedesca Dorothee Solle ad un giornalista che le chiedeva di spiegare ad un bambino che cos'è la felicità: “Non glielo spiegherei,” rispose, “gli darei un pallone per farlo giocare”.

Ed è quel pallone che Francesco ancora vuole tra i piedi, per continuare il sogno, in barba all'età, alle promesse, ai tifosi, alla Società, a Spalletti, forse anche alla sua amata famiglia, perché il suo amore per il calcio riuscirà ad essere sempre più forte di qualsiasi disillusione, e perché questi sono, come scrisse Eduardo Galeano gli “Splendori e le Miserie del gioco del calcio”. Arrivederci Capitano, va dove ti porta il cuore.







domenica 21 maggio 2017

Sgarbi: quando la TV è m...



(di Piero Montanari)

Arriverò buon ultimo a fare considerazioni pseudo sociologiche sull’uso improprio dei media e soprattutto della grande regina e Cattiva Maestra televisione, ma il malloppo di marchesiana memoria è ormai esploso e la deflagrazione sta rischiando di uccidermi se non condivido, a distanza di alcune ore, la visione di Sgarbi alle Iene.

Pixel, ergo sum, cosa non si fa per esserci e per apparire? Ma la misura si è davvero colmata e il guano deborda dalla secchia immonda con storie di delitti truculenti, dove la televisione, più di qualsiasi altro informatorio comune, diventa il tòpos dove avviene qualsiasi cosa ormai, i processi, le rivelazioni, i ricongiungimenti affettivi, gli assassinii più efferati, e la telecamera che sguazza tra le pieghe-piaghe dell’orrore impietoso.

Se però un giorno mi avessero detto che avrei visto qualcuno ripreso mentre è in bagno a fare i suoi bisogni avrei pensato che stesse scherzando. Eppure è successo, e dobbiamo questo straordinario evento-momento di grande televisione al disinibito Vittorio Sgarbi che, per festeggiare i suoi 65 anni, ha pensato bene di far riprendere dalla telecamera delle Iene il giorno del suo compleanno, abluzioni, pisciate con scuotimento e sedute sul water comprese.

Non contento, mentre era seduto sul cesso, sforzandosi come nella norma, telefonava al suo caro amico Gigi Buffon (interrompendola conversazione nei momenti di maggior sforzo del plesso solare) il quale gli parlava della bellezza dell'Arte e di quanto gli fosse grato per essere questo magnifico critico, uomo di cultura e promotore di eventi qual è, il tutto corredato da un sottofondo di flatulenze, gorgoglii e scorregge da far invidia al trogolo più fetente.

Per carità, siamo nelle cose naturali, tutti andiamo in bagno e Gaston Zama delle Iene, che ha il merito di aver girato questa perla di servizio, ci deliziava ulteriormente dicendoci che c'era una gran puzza e si doveva per forza aprire la finestra. Meno male che non hanno ancora inventato la televisione con gli odori, altrimenti saremmo stati veramente soddisfatti dalla completezza del documento.

A quando i nuovi talent sulla scia (puzzolente) di questa bella novità? Avrei dei suggerimenti da proporre: Chi la fa più grossa, Chi piscia più lontano, magari anche Chi ce l'ha più lungo così chiudiamo in bellezza.

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sabato 6 maggio 2017

La tifoseria impazzisce: manichini impiccati e minacce poco goliardiche


(di Piero Montanari)

Fa male l'episodio macabro dei tre manichini impiccati con le maglie (originali) dei giocatori simbolo della Roma, De Rossi, Salah e Nainggolan, che pendono sotto uno striscione lungo il ponticello di via degli Annibaldi, lo sfondo del Colosseo illuminato e una scritta: "Un consiglio senza offesa, dormite con la luce accesa". Una minaccia e neanche tanto velata che arriva dopo che la Roma è stata sconfitta 1-3 dalla Lazio nel derby della Capitale, infangandone anche la meritata vittoria.

Fa male perché è l'ennesima sconfitta non dello Sport, a quelle siamo purtroppo abituati e ne abbiamo riprova ogni giorno. Gli “impiccati” fanno solo seguito al solito corollario di ignominie che non hanno risparmiato neanche il Grande Torino, l' imbattibile squadra che mori nella tragedia aerea di Superga. Scritte comparse sulla strada che porta alla Basilica nel giorno dell'anniversario dell'incidente suggerivano: “Da Lisbona a Torino era meglio in motorino” (la squadra tornava dopo una partita nella capitale portoghese), ma anche: “4 maggio bovini al pascolo”.

Queste oscenità non possono essere assimilabili ad una sconfitta dello Sport, perché di sport non si parla più ormai. Piuttosto verrebbe da scomodare la filosofa e scrittrice tedesca Hanna Arendt, che col suo libro La banalità del male, un resoconto del processo di Norimberga contro il criminale nazista Eichman, sollevò la questione che il male non è radicale ma l'assenza di radici, di memoria, l'incapacità di ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni attraverso un processo di dialogo con se stessi, dal quale far scaturire il gesto “morale”, quello che ti fa desistere dal compiere atti ignobili come questi, anche se sei in mezzo al gruppo che ti incita a farlo.

Fa male sapere poi che la curva nord della Lazio ha rivendicato l'azione al Colosseo adducendo come scusa una semplice “goliardata” (della quale non si pentono però) per “prendere in giro i romanisti” anzi “i Riommanisti” e “er Cappetano” come li chiamano loro, ed è quindi frutto proprio di quella banalità di cui parla la Arendt che le loro scuse sembrano ancora più banali e insulse perché prive di qualsiasi autocoscienza. Impiccare i calciatori e minacciare i tifosi, bella goliardia!

Fa male pensare che il calcio, amatissimo e divertentissimo gioco nazionale, non possa essere affrancato dal male di questa generazione di tifosi e di malavitosi i quali, ovviamente, non sono solo della Lazio o della Juventus, ma appartengono al cancro di tutte le tifoserie radicalizzate nelle curve. E' pur vero che i tempi sono ben questi e non ci dobbiamo meravigliare. Ma indignarci si, sempre e ogni giorno, quando si evocano leggi che ci vogliono tutti pistoleri “l'un contro l'altro armati” o quando si fa del tutto per ributtare a mare dei poveracci disumanizzati in cerca di scampo.


E' davanti a tutto ciò che vedere a penzoloni dal ponticello di via degli Annibaldi i giocatori romanisti diventa una cosa normale, una cosa banale, una semplice goliardata.

martedì 2 maggio 2017

Addio a Rino Zurzolo, protagonista del Neapolitan Power di Pino Daniele


(di Piero Montanari)

E' morto in seguito ad un cancro che da due anni lo minava, il contrabbassista Gennaro “Rino” Zurzolo, uno tra i più importanti esponenti di quella fantastica nidiata dei primi anni '70 che assunse il nome di Neapolitan Power e che raggruppò il meglio della musica nuova che Napoli stava mettendo in scena in quel momento.

Insieme a Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Enzo Avitabile, Rosario Jermano, James Senese e Napoli Centrale, gli Osanna, Corrado Rustici, Ernesto Vitolo, Toni Verde, Jenny Sorrenti (con i Saint Just) e suo fratello Alan, La Nuova Compagnia di Canto Popolare, Pino Daniele, diede vita ad un movimento musicale artistico e culturale i cui segnali ancora oggi sono in grado di influenzare le scelte di tanti giovani artisti.

Rino era un contrabbassista vero, aveva una formazione classica conseguita al conservatorio di San Pietro a Maiella, ma a tredici anni era già in pista a suonare e sperimentare con un gruppo prog rock di future “all stars”, perché i Batrocomiomachia (così si chiamavano) erano Enzo Avitabile, grande sassofonista e cantante, Rosario Jermano, percussionista eccellente, Paolo Raffone e un “certo” Pino Daniele che di lì a poco avrebbe conquistato i cuori e le scene artistiche con la sua musica che era una meravigliosa un'invenzione, una commistione tra cultura napoletana, blues e rock.

In questo fantastico circolo di musicisti eletti ci finii anch'io che, insieme a Zurzolo, mi trovai a suonare in Terra Mia, il primo meraviglioso e poetico Lp di Pino Daniele, nel quale mi volle – bontà sua – il produttore Claudio Poggi, proponendomi di suonare sulle due tracce più importanti del disco, Napule è e 'Na tazzulella 'e cafè, fatto per il quale Claudio avrà la mia gratitudine a vita.

Rino, lo conobbi in quella situazione e poi in altre, quando andavo a trovare Pino Daniele nei concerti dal vivo, e mi beavo dell'originalissimo suono che ne veniva fuori, la famosa miscela di funky, blues, rock e Canta Napoli, dove Rino con Tullio De Piscopo costituiva la colonna ritmica portante sulla quale Pino cantava e suonava.

Rino è stato uno straordinario musicista, uno sperimentatore, un virtuoso dello strumento, ma anche, e per fortuna, un bravo insegnante e questo ci consola un po', perché ci dà la speranza che la sua cultura e la sua scienza possano essere state infuse nei suoi allievi, mentre la sua morte lo consegna già alla Storia, come uno dei protagonisti di questi bellissimi e irripetibili anni di una altrettanto irripetibile e bellissima musica.


lunedì 17 aprile 2017

Come Boncompagni ha rivoluzionato il linguaggio di radio e tv


Piero Montanari
16 aprile 2017
E' morto a 84 anni, a Roma, Gianni Boncompagni, uno tra i grandi innovatori dello spettacolo italiano che, soprattutto insieme a Renzo Arbore, scrisse e condusse trasmissioni radiofoniche di grandissimo successo. Fu autore e regista a tutto tondo, dalle canzoni (Ragazzo triste di Patty Pravo, Tuca tuca della Carrà, solo per citarne due tra le più note) ai programmi televisivi di grande impatto popolare dei quali fece anche la regia, come Pronto Raffaella?, Domenica In, Non è la Rai, Carramba.
Quello che sorprende di tutto il lavoro autoriale di Boncompagni è stata la sua capacità di sovvertire il linguaggio del mezzo che utilizzava di volta in volta per adattarlo alla sua cifra artistica, al suo stile, rompendo qualsiasi schema convenzionale col suo linguaggio rivoluzionario e surreale.
E fu proprio questa rivoluzione della radio che, come uno tzunami che tutto spazza via, andò in onda il 7 luglio 1970 con la prima puntata di Alto gradimento, che Boncompagni inventò insieme a Renzo Arbore e un affiatato gruppo di amici strampalati tra cui Giorgio Bracardi, Mario Marenco, Franco Bracardi. La trasmissione non aveva nessuna struttura né filo logico, solo la musica (sempre molto attuale) che veniva interrotta dall'intervento casuale dei personaggi inventati dagli autori. Il professor Aristogitone, Max Vinella, Catenacci, il figlio di Manuel, il dottor Marsala, la Sgarrambona, lo Scarpantibus e molti altri, entravano e uscivano dalla trasmissione con i loro interventi assolutamente demenziali, talmente esilaranti che diventarono linguaggio comune, un lessico che si sparse – oggi diremmo come un virus – soprattutto tra i giovani dell'epoca. La trasmissione andò in onda per sei anni e cambio totalmente il concetto di come si faceva la radio.
Boncompagni fu soprattutto questo, uno che sparigliava, un caposcuola dell'altro modo di fare spettacolo, un grande “improvvisatore” dotato di eloquio veloce e di una forte ironia che era parte integrante di lui, capace di assoggettare qualsiasi persona ai suoi lazzi e alle sue prese in giro. Era “padrone” di sfottere chiunque senza farsi accorgere, un vero maestro della “supecazzola” e del “cazzeggio” goliardico che, proprio col suo degno compare Renzo Arbore, assurse alle vette più alte.
Un'altra invenzione straordinaria di Gianni Boncompagni fu il varietà Non è la Rai per le reti Fininvest (appunto, non è la Rai) che andò in onda dal '91 al '95 e divenne subito un fenomeno di costume di quell'epoca. Balletti, giochi telefonici e canzoni, erano tutti eseguiti da un gruppo di ragazze adolescenti, sexy, carine e ammiccanti, che divennero subito il sogno erotico di tutti gli italiani, lo stesso sogno erotico che Boncompagni, al quale piacevano non poco le ragazze giovanissime,  traspose in televisione. Fu il lancio nello spettacolo di moltissime starlet, tra le quali Ambra Angiolini, la conduttrice eterodiretta proprio da Gianni attraverso un auricolare.
Amato (ebbe un paio di matrimoni e tantissimi  flirt, tra cui una lunga storia con Raffaella Carrà) ma anche odiato (Mia Martini disse che fu lui a mettere in giro la voce che lei portasse sfortuna), Boncompagni rimarrà nella storia dello spettacolo per le sue straordinarie intuizioni che ne fanno un indiscusso caposcuola, soprattutto per suo il modo di fare radio, copiato dai vari epigoni che per la prima volta si mettevano davanti ad un microfono, in quella meravigliosa stagione degli anni '70 che sancì l'avvento delle radio libere.

venerdì 14 aprile 2017

I 50 anni di Sgt. Pepper, il più bel disco dei Beatles



di Piero Montanari

Dopo 50 anni dalla sua prima uscita, avvenuta il 1 giugno del 1967, rivede la luce quello che viene considerato il più bel disco dei Beatles, Sgt. Pepper's lonely hearts club band. Viene ripubblicato il 26 maggio, remixato a partire dai nastri originali a quattro piste ad 1 pollice, incisi su un registratore Studer 4 tracce (all'epoca il top della tecnologia dei multitraccia, ora ce ne sono infinite...) e tenendo come riferimento il primo mix mono, che era il preferito dai Beatles, sotto la geniale produzione di George Martin, scomparso lo scorso anno.

Il club dei cuori solitari del sergente Pepper, più che una raccolta di canzoni è un antesignano dei "concept album" del rock e del pop, quei dischi che avevano un unico plot sviluppato al suo interno. Eseguito da un immaginario gruppo di musicisti d'epoca vittoriana, venne considerato un'opera d'arte assoluta, il primo dei dischi pop per la rivista Rolling Stone tra i 500 più importanti della Storia. Con i suoi 32 milioni di album venduti (comunque un terzo di Thriller di Michael Jackson) rappresentò una svolta musicale del quartetto, anche per la qualità della scrittura delle canzoni e la complessità delle registrazioni, durate 129 giorni, per un totale di 700 ore e un costo di 25.000 sterline, una follia per il tempo. Un'orchestra d'archi diretta da George Martin, sovrapposizioni di ottoni, con corni francesi in primis, effetti sonori sorprendenti, la cura della registrazione e dei missaggi, giustificarono, tutto sommato, il lungo periodo in sala (lo studio Due della EMI di Londra) e i costi esosi.

I brani famosissimi, da With a Little Help from My Friends, Lucy in the Sky with Diamonds (si credeva che le iniziali del titolo mascherassero un inno all'acido lisergico, appunto con la sigla LSD, in realtà era un omaggio che papà John vide in un disegno del piccolo Julian Lennon dedicato ad una sua compagna di scuola), alla nostalgica e magnifica She's Leaving Home, o all'assoluto capolavoro di A Day in the Life, considerata da molti la più bella canzone dei Beatles, sono in realtà i ricordi struggenti messi in musica e poesia dell'adolescenza dei Fab Four a Liverpool. Da qui il "concept album" che la critica accolse con frasi come: "i Beatles sono riusciti a fare della musica pop qualcosa che si ascolta seriamente, e che si potrebbe trattare come qualsiasi altro tipo di espressione artistica" o " L'influenza di Sergeant Pepper sulla musica pop è stata enorme, in quanto questo disco avrebbe dato ispirazione a tutta una serie di album di altri musicisti, che ambiscono a proporsi come discorsi definitivi sulla condizione umana. Ci fu comunque qualcuno a cui il disco non piacque, e disse che i Beatles "erano come i vicini di casa, i ragazzi in cui tutti si sarebbero potuti identificare. Adesso, dopo quattro anni, si sono isolati personalmente e musicalmente. Sono diventati meditativi, introversi, esclusivi ed esclusi."

Va ricordato che due meravigliosi brani non trovarono posto nel disco: Strawberry fields forever e Penny Lane, che però uscirono come singoli nel febbraio del 1967. Questo venne definito testualmente da Georg Martin come "l'errore più grande della sua vita di produttore". Le due canzoni restaurate sono fortunatamente contenute nella nuova edizione del cinquantenario. Un'ultima annotazione va alla copertina del disco, che è un manifesto assoluto della nascente pop art, dalla grafica originalissima, e contenente tutta una serie di personaggi, importanti miti dell'adolescenza dei Beatles. Si riconoscono intorno ai Nostri Quattro (che sono rappresentati con divise vittoriane coloratissime): Albert Einstein, Marlon Brando, Karl Marx, Edgar Allan Poe, Sonny Liston, Lenny Bruce, Mae West e tantissimi altri, probabilmente il pubblico che i Beatles avrebbero voluto fosse il loro. Furono scartati dalla copertina Adolf Hitler, Gandhi e Gesù, immaginiamo per ragioni di opportunità. Ma tanto bastava perché, come disse una volta proprio Lennon, loro erano "i Beatles, più famosi di Gesù Cristo!"

Premio alla Cultura

PREMI SPECIALI

A BENEMERITI DELLA CULTURA

(Trofeo di Cristallo e Medaglia d’oro del Presidente dell’Ass. Cult. “P. Raffaele Melis O.M.V.”)

Musicista Regista Maestro PIERO MONTANARI
Roma

Premio “Francesco Di Lella”

“Per avere contribuito con la musica e la regia all’evoluzione ed all’affermazione di attori e cantanti di chiara fama nazionale ed internazionale, lasciando un segno vivo nel panorama cinematografico e musicale italiano, senza mai desistere anche in un periodo così difficile ed arduo come l’attuale.”

Firmato Augusto Giordano, Getulio Baldazzi, P.Ezio Bergamo, Rita Tolomeo, Maurizio Pallottí, Domenico Di Lella, Maria Fichera, Gianni Farina, Rita Pietrantoni, Paola Pietrantoni, Domenico Gilio.

Il premio sarà conferito il 13 giugno 2010 alle ore 16 al teatro S. Luca, in via Lorenzo da' Ceri 136 - Roma.

Esce il cofanetto della mitica trasmissione!

Esce il cofanetto della mitica trasmissione!
Finalmente nelle librerie "L&H:2 Teste senza cervello", libro e Dvd con la summa delle puntate migliori e, udite udite, dialoghi ANCHE IN ORIGINALE . Lo abbiamo presentato da MelBookStore il 30 giugno 09. C'era Italo Moscati, persona di straordinaria cultura e spessore umano. Con quella di Giancarlo le due 'memorie' si intersecavano a meraviglia! Due teste con parecchio cervello...SE TI INTERESSA COMPRARLO, CLICCA SULL'IMMAGINE!

Al Parco di S. Sebastiano

Al Parco di S. Sebastiano
Con Guido De Maria e Giancarlo Governi, i padri di SUPERGULP!

Celebriamo SUPERGULP!

Celebriamo SUPERGULP!
Talk Show con Giancalo e Guido al "Roma Vintage Festival", 16 giugno 2009 dedicato allo storico programma Rai

Celebriamo Gabriella Ferri

Celebriamo Gabriella Ferri
Con Giancarlo

...e Rino Gaetano

...e Rino Gaetano
Con Giancarlo

...ancora Rino

...ancora Rino

Con sua sorella Anna Gaetano e Giancarlo

Con sua sorella Anna Gaetano e Giancarlo
In omaggio a Rino, quella sera ho cantato "I love you Maryanna", primo disco di Rino, prodotto da me e da Antonello Venditti nel 1973. Con Rino feci un tour nel 1979. Alla batteria c'era Massimo Buzzi, alle chitarre Nanni Civitenga e Rino e io al basso. Il 'road manager' era Franco Pontecorvi che oggi vive come me sui Castelli Romani e vende occhiali.

Serata Supergulp

Serata Supergulp
Venerdì 17 luglio '09 al Parco S. Sebastiano (Caracalla) all'interno di Roma Vintage, verrà ripetuta la serata dedicata alla genesi del mitico programma televivivo. Parteciperanno Giancarlo Governi, Guido De Maria e Piero Montanari (me stesso...). Appassionati intervenite!

Un giovane promettente...

Un giovane promettente...
Luca, il giorno che si è vestito bene per il suo saggio di pianoforte. Sarà pur vero che "ogni scarrafone è bello a mamma soia", ma ci saranno pure degli scarrafoni universalmente belli, o no?

Maggio 2008: un piacevole incontro

Maggio 2008: un piacevole  incontro
Dopo più di vent'anni ho rivisto l'amico Giorgio Ariani, grande attore e voce ufficiale Italiana di Oliver Hardy (Ollio). Nel 1985 realizzammo la sigla di "2 Teste senza cervello" e Giorgio, con Enzo Garinei (Stanlio) doppiò una marea di film della coppia per i quali realizzai le musiche.

Una gita al "Giardino dei Tarocchi"

Una gita al "Giardino dei Tarocchi"
A Capalbio (Gr.) c'è un posto magico da visitare, con opere d'arte tra ulivi e macchia mediterranea, opera dell'architetta Niky De St. Phalle che ha realizzato in 20 anni un percorso di magnifiche statue ispirate ai Tarocchi, le magiche carte che predicono il futuro...Dato il suo nome, è meta di "sole" e personaggi cosiddetti " taroccati". Wanna Marchi e sua figlia sono state spesso viste aggirarsi tra le magnifiche statue!

Diana Nemi 2007/2008

Diana Nemi 2007/2008
Da sx alto: Samuele, Emanuele, Federico R., Lorenzo, Matteo, Edoardo, il Mister Eugenio Elisei. Sotto:Simone, Luca, Daniele, Valerio, Riccardo, Federico C.

Luca e Pedro 'Piedone' Manfredini

Luca e Pedro 'Piedone' Manfredini
Col mio "idolo" calcistico di ieri

Luca e Francesco Totti

Luca e Francesco Totti
Col suo "idolo" calcistico di oggi

Luca Montanari

Luca Montanari
Il calciatore. Questa stagione, la prima di campionato con i pulcini della "Diana Nemi", è capocannoniere. Ha messo a segno ben 43 reti e tutte senza rigori, ma ventidue su calci piazzati!

Luca Montanari

Luca Montanari
Nel momento della premiazione

Daniele Serafini

Daniele Serafini
La premiazione

A S D Diana Nemi Pulcini '98. Anno 2006 -'07

A S D Diana Nemi Pulcini '98. Anno 2006 -'07
Da sx della foto: Samuele, Matteo, Riccardo,Federico, Wulnet, Carlo, Luca, Daniele. Seduto con il pallone, una vera pestilenza, Federico Rosselli. Dobbiamo dire grazie alla pazienza infinita del Mister Eugenio Elisei, che più volte ha pensato di mollare la squadra e dedicarsi alle missioni in Angola - E' meno faticoso - mi ha detto, disperato, alla fine di un allenamento.

Allenamenti anno 2007-2008

Allenamenti anno 2007-2008
Il mio secondo figlio unico...

Matteo Montanari

Matteo Montanari
Il mio primo figlio unico...

Ado e Sania Montanari

Ado e Sania Montanari
The Peter's Sisters

La Roma tra la "B" e la "A" 1951-1952

La Roma tra la "B" e la "A" 1951-1952
Memmo Montanari (primo a dx nella foto) con i suoi tifosi in una trasferta della Roma. La foto è stata scattata al ritorno da Verona il 22 giugno 1951. Solo dopo quella partita la Roma ebbe la certezza di tornare in serie A

Memmo Montanari, capo dei tifosi, in azione nel suo poderoso incitamento alla squadra.

Memmo Montanari, capo dei tifosi, in azione nel suo poderoso incitamento alla squadra.
Mio padre, che si diceva fosse danaroso, quando morì era povero. Qualcuno nel nostro quartiere Celio racconta ancora che comprava i giocatori alla Roma...

Mio padre al centro dei vip della Roma

Mio padre al centro dei vip della Roma
Ricordo questa foto da sempre. Quella che avevamo in casa aveva un ritocco fatto a mano da non so chi (forse mio padre stesso). Il "pittore" aveva dipinto a tutti pantaloncini da calcio e gambe nude! In quel periodo glorioso nasce il giornale "Il Giallorosso" che contribuì attivamente alla ricostruzione della Roma. Fu fondato da mio padre, Angelo Meschini (capi storici di allora del tifo romanista) e dai fratelli Mario e Peppino Catena (soci della Roma) con la collaborazione dell'avvocato Alberto Saccà, con cui mio padre, nei miei ricordi da piccolo, aveva rapporti conflittuali.

Il Giallorosso

Il Giallorosso
Testata del giornale dei tifosi della Roma fondato da mio padre nel 1952. Ero piccolino e ricordo quel giorno che mi fece vedere le bozze...ricordo la finestra della mia camera sulla Piazza, al civico 4, ed il Colosseo davanti.

Pop & Jazz History

Pop & Jazz History
Sonorizzazione

1970 Pop Maniacs

1970 Pop Maniacs
Qui ci sono anche le musiche di Spyderman e i Fantastici Quattro che feci nel 1977 per Supergulp!

Il Pianeta Totò

Il Pianeta Totò
Fotogramma della sigla di Mario Sasso per la prima trasmissione di Rai 2 sul grande attore. Gli occhi di Totò si muovevano a tempo con una mia tarantella che si trasformava via via in rock sulle note di Malafemmena.

Laurel & Hardy

Laurel & Hardy
Logo originale della trasmissione

Laurel & Hardy

Laurel & Hardy
Un fotogramma della sigla di "Due teste senza cervello". Ci lavorò a lungo il videoartista Mario Sasso, alla SBP di Roma, con Virginia Arati che dipingeva elettronicamente 'frame by frame', con un computer costosissimo della Quantel che si chiamava appunto Paintbox. Credo che questa sigla sia stata la prima in Tv ad essere realizzata con questa straordinaria tecnica.

Il mio recording studio

Il mio recording studio
La regia

studio

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La sala di ripresa

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la regia

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La regia

Il ritorno di Ribot 1991

Il ritorno di Ribot 1991
Uno sceneggiato interpretato dal grande cantante e attore franco-armeno Charles Aznavour e Delia Boccardo, diretto da Pino Passalacqua per Rai1 e Antenne2 con la colonna sonora composta da me.

Processo di famiglia di Nanni Fabbri, 1992 per Rai1

Processo di famiglia di Nanni Fabbri, 1992 per Rai1
Alessandra Martinez, protagonista del film in due puntate con la mia colonna sonora.

Le Gorille

Le Gorille
Serie TV franco anglo italiana che riprende dei film del 1957-58 con Lino Ventura. Il personaggio è Geo Paquet, agente segreto francese, Di questa serie ho musicato 2 episodi, per la regia di Maurizio Lucidi e Duccio Tessari

Top model

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Film con D'Amato

Top model

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Stesso film uscito in Grecia

Top girl

Top girl
Film sequel di D'Amato. Beh, dopo tutte ste top, non poteva mancare la girl!

High finance woman

High finance woman
Altro film di D'Amato con le mie musiche