piero montanari

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L'AUTORE

lunedì 17 aprile 2017

Come Boncompagni ha rivoluzionato il linguaggio di radio e tv


Piero Montanari
16 aprile 2017
E' morto a 84 anni, a Roma, Gianni Boncompagni, uno tra i grandi innovatori dello spettacolo italiano che, soprattutto insieme a Renzo Arbore, scrisse e condusse trasmissioni radiofoniche di grandissimo successo. Fu autore e regista a tutto tondo, dalle canzoni (Ragazzo triste di Patty Pravo, Tuca tuca della Carrà, solo per citarne due tra le più note) ai programmi televisivi di grande impatto popolare dei quali fece anche la regia, come Pronto Raffaella?, Domenica In, Non è la Rai, Carramba.
Quello che sorprende di tutto il lavoro autoriale di Boncompagni è stata la sua capacità di sovvertire il linguaggio del mezzo che utilizzava di volta in volta per adattarlo alla sua cifra artistica, al suo stile, rompendo qualsiasi schema convenzionale col suo linguaggio rivoluzionario e surreale.
E fu proprio questa rivoluzione della radio che, come uno tzunami che tutto spazza via, andò in onda il 7 luglio 1970 con la prima puntata di Alto gradimento, che Boncompagni inventò insieme a Renzo Arbore e un affiatato gruppo di amici strampalati tra cui Giorgio Bracardi, Mario Marenco, Franco Bracardi. La trasmissione non aveva nessuna struttura né filo logico, solo la musica (sempre molto attuale) che veniva interrotta dall'intervento casuale dei personaggi inventati dagli autori. Il professor Aristogitone, Max Vinella, Catenacci, il figlio di Manuel, il dottor Marsala, la Sgarrambona, lo Scarpantibus e molti altri, entravano e uscivano dalla trasmissione con i loro interventi assolutamente demenziali, talmente esilaranti che diventarono linguaggio comune, un lessico che si sparse – oggi diremmo come un virus – soprattutto tra i giovani dell'epoca. La trasmissione andò in onda per sei anni e cambio totalmente il concetto di come si faceva la radio.
Boncompagni fu soprattutto questo, uno che sparigliava, un caposcuola dell'altro modo di fare spettacolo, un grande “improvvisatore” dotato di eloquio veloce e di una forte ironia che era parte integrante di lui, capace di assoggettare qualsiasi persona ai suoi lazzi e alle sue prese in giro. Era “padrone” di sfottere chiunque senza farsi accorgere, un vero maestro della “supecazzola” e del “cazzeggio” goliardico che, proprio col suo degno compare Renzo Arbore, assurse alle vette più alte.
Un'altra invenzione straordinaria di Gianni Boncompagni fu il varietà Non è la Rai per le reti Fininvest (appunto, non è la Rai) che andò in onda dal '91 al '95 e divenne subito un fenomeno di costume di quell'epoca. Balletti, giochi telefonici e canzoni, erano tutti eseguiti da un gruppo di ragazze adolescenti, sexy, carine e ammiccanti, che divennero subito il sogno erotico di tutti gli italiani, lo stesso sogno erotico che Boncompagni, al quale piacevano non poco le ragazze giovanissime,  traspose in televisione. Fu il lancio nello spettacolo di moltissime starlet, tra le quali Ambra Angiolini, la conduttrice eterodiretta proprio da Gianni attraverso un auricolare.
Amato (ebbe un paio di matrimoni e tantissimi  flirt, tra cui una lunga storia con Raffaella Carrà) ma anche odiato (Mia Martini disse che fu lui a mettere in giro la voce che lei portasse sfortuna), Boncompagni rimarrà nella storia dello spettacolo per le sue straordinarie intuizioni che ne fanno un indiscusso caposcuola, soprattutto per suo il modo di fare radio, copiato dai vari epigoni che per la prima volta si mettevano davanti ad un microfono, in quella meravigliosa stagione degli anni '70 che sancì l'avvento delle radio libere.

venerdì 14 aprile 2017

I 50 anni di Sgt. Pepper, il più bel disco dei Beatles



di Piero Montanari

Dopo 50 anni dalla sua prima uscita, avvenuta il 1 giugno del 1967, rivede la luce quello che viene considerato il più bel disco dei Beatles, Sgt. Pepper's lonely hearts club band. Viene ripubblicato il 26 maggio, remixato a partire dai nastri originali a quattro piste ad 1 pollice, incisi su un registratore Studer 4 tracce (all'epoca il top della tecnologia dei multitraccia, ora ce ne sono infinite...) e tenendo come riferimento il primo mix mono, che era il preferito dai Beatles, sotto la geniale produzione di George Martin, scomparso lo scorso anno.

Il club dei cuori solitari del sergente Pepper, più che una raccolta di canzoni è un antesignano dei "concept album" del rock e del pop, quei dischi che avevano un unico plot sviluppato al suo interno. Eseguito da un immaginario gruppo di musicisti d'epoca vittoriana, venne considerato un'opera d'arte assoluta, il primo dei dischi pop per la rivista Rolling Stone tra i 500 più importanti della Storia. Con i suoi 32 milioni di album venduti (comunque un terzo di Thriller di Michael Jackson) rappresentò una svolta musicale del quartetto, anche per la qualità della scrittura delle canzoni e la complessità delle registrazioni, durate 129 giorni, per un totale di 700 ore e un costo di 25.000 sterline, una follia per il tempo. Un'orchestra d'archi diretta da George Martin, sovrapposizioni di ottoni, con corni francesi in primis, effetti sonori sorprendenti, la cura della registrazione e dei missaggi, giustificarono, tutto sommato, il lungo periodo in sala (lo studio Due della EMI di Londra) e i costi esosi.

I brani famosissimi, da With a Little Help from My Friends, Lucy in the Sky with Diamonds (si credeva che le iniziali del titolo mascherassero un inno all'acido lisergico, appunto con la sigla LSD, in realtà era un omaggio che papà John vide in un disegno del piccolo Julian Lennon dedicato ad una sua compagna di scuola), alla nostalgica e magnifica She's Leaving Home, o all'assoluto capolavoro di A Day in the Life, considerata da molti la più bella canzone dei Beatles, sono in realtà i ricordi struggenti messi in musica e poesia dell'adolescenza dei Fab Four a Liverpool. Da qui il "concept album" che la critica accolse con frasi come: "i Beatles sono riusciti a fare della musica pop qualcosa che si ascolta seriamente, e che si potrebbe trattare come qualsiasi altro tipo di espressione artistica" o " L'influenza di Sergeant Pepper sulla musica pop è stata enorme, in quanto questo disco avrebbe dato ispirazione a tutta una serie di album di altri musicisti, che ambiscono a proporsi come discorsi definitivi sulla condizione umana. Ci fu comunque qualcuno a cui il disco non piacque, e disse che i Beatles "erano come i vicini di casa, i ragazzi in cui tutti si sarebbero potuti identificare. Adesso, dopo quattro anni, si sono isolati personalmente e musicalmente. Sono diventati meditativi, introversi, esclusivi ed esclusi."

Va ricordato che due meravigliosi brani non trovarono posto nel disco: Strawberry fields forever e Penny Lane, che però uscirono come singoli nel febbraio del 1967. Questo venne definito testualmente da Georg Martin come "l'errore più grande della sua vita di produttore". Le due canzoni restaurate sono fortunatamente contenute nella nuova edizione del cinquantenario. Un'ultima annotazione va alla copertina del disco, che è un manifesto assoluto della nascente pop art, dalla grafica originalissima, e contenente tutta una serie di personaggi, importanti miti dell'adolescenza dei Beatles. Si riconoscono intorno ai Nostri Quattro (che sono rappresentati con divise vittoriane coloratissime): Albert Einstein, Marlon Brando, Karl Marx, Edgar Allan Poe, Sonny Liston, Lenny Bruce, Mae West e tantissimi altri, probabilmente il pubblico che i Beatles avrebbero voluto fosse il loro. Furono scartati dalla copertina Adolf Hitler, Gandhi e Gesù, immaginiamo per ragioni di opportunità. Ma tanto bastava perché, come disse una volta proprio Lennon, loro erano "i Beatles, più famosi di Gesù Cristo!"

martedì 11 aprile 2017

Facciamo Totò santo subito: ormai fa i miracoli

Totò Rap di Piero Montanari



Totò, vita, opere e miracoli è il nuovo e definitivo libro scritto da Giancarlo Governi sul nostro grande e amato Principe, uscito in concomitanza con i cinquant'anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 15 aprile del 1967. Nel volume di quasi trecento pagine edito da Fazi, si racconta la sua storia di uomo, quella del grande attore, ma anche dell'amore che Totò riesce ancora a raccogliere dopo un tempo così lungo dalla sua morte. In realtà la storia di Totò sembra quella di un santo laico, a cui la gente si rivolge con venerazione, chiedendo miracoli e offrendogli pensieri scritti e doni come ex voto.

Il libro, scritto con la consueta maestria da Governi, scorre veloce e attraversa un tempo straordinario, il tempo della storia di questo grande attore naturale, con una faccia asimmetrica e un corpo disarticolato, figlio di una donna del popolo e di un giovanotto di buona famiglia, spiantato e pieno di cognomi nobili. Attraverso questo tempo si ripercorre la malinconica magia di un mondo di artisti e di generi a cui Totò apparteneva e che egli stesso ha incarnato, quella di un modo di fare spettacolo che non esiste più, il varietè, il teatro di rivista con le ballerine e i comici, le macchiette, l'avanspettacolo che precedeva il film al cinema. E fu proprio quel cinema che poi lo catturò facendogli girare quasi cento film.

E' grazie a biografi come Giancarlo Governi che Totò non è morto definitivamente cinquant'anni fa. La riscoperta del grande attore è iniziata in sordina poco dopo la sua scomparsa, quando un paio di piccoli cinema romani iniziarono a programmare i suoi film con successo sempre crescente. E poi ancora Governi con i suoi programmi televisivi che vale la pena ricordare: nel 1980 realizza per la Rai “Il pianeta Totò”, trenta puntate dedicate al Principe, nel quale sono raccolte le testimonianze dei familiari e dei grandi artisti che lo hanno affiancato nel corso della sua carriera. Poi ancora negli anni novanta scrive la serie “Totò, un altro pianeta”, quindici episodi che vanno in onda nel 1993. Nel 1994 è la volta di “Tocco e ritocco”, dedicato alle “spalle” di Totò e in seguito “La vita del Principe Totò” e “Totò Cento”, mandato in onda per il centenario della nascita, e recentemente “Ritratti”, in due puntate. Ma nel libro c'è scritto questo ed altro, in un compendio che raccoglie la storia di vita e l'opera omnia di Totò.

Il 7 aprile alla libreria Feltrinelli della Galleria Sordi di Roma c'è stata la prima presentazione del libro, con Giancarlo Governi affiancato da un divertito e divertente Enrico Montesano (che a Totò deve tantissimo e che si è prodotto in esilaranti gag imitandolo perfettamente) e al giornalista Bruno Manfellotto che, da napoletano, ha raccontato la sua stima e il suo amore per Totò. Un trio che la gente ha apprezzato moltissimo, invadendo la sala principale e quelle adiacenti per assistere all'evento. Noi non potevamo certo mancare, sia come Globalist, per il quale Governi scrive editoriali di successo, sia perché siamo stati gli autori delle musiche di tutti i programmi che Giancarlo ha scritto per la Rai, la cui genesi viene raccontata proprio da me nel libro.
Un altro miracolo del Principe? Le decine di copie di Totò, Vita opere e miracoli a disposizione subito scomparse!












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giovedì 30 marzo 2017

Perché sono della Roma



E poi mi chiedono perchè sono un tifoso della Roma. In queste poche righe viene raccontato mio padre, Memmo Montanari, capo tifoso ante litteram (ma anche post marcia) giornalista, fondatore dei circoli Attilio Ferraris e del settimanale "Il Giallorosso". Prima di chiamare "mamma" probabilmente ho detto "Roma".


https://books.google.it/books?id=u14dAgAAQBAJ&pg=PT253&lpg=PT253&dq=memmo+montanari&source=bl&ots=Z0Kto6fosx&sig=hKVii39UElqIQWFD0FqDM-lrufg&hl=it&sa=X&ei=QCo3U5bzBKrJ4gSls4CQAg#v=onepage&q=memmo%20montanari&f=false

venerdì 24 marzo 2017

Un gioco al massacro: ecco perché difendo Paola Perego


(di Piero Montanari- pubblicato su Globalist.it)

Tornando sul caso del programma di Paola Perego "Parliamone sabato", chiuso dalla Rai perché nell'ultima tragica puntata si parlava del fascino delle donne dell'est Europa e perché un uomo avrebbe dovuto scegliere loro piuttosto che una donna italiana, mentre dietro al parterre, composto dalla conduttrice Perego, dall' ex Miss Italia Manila Nazzaro, dal direttore di Novella 2000 Roberto Alessi, da Marta da Flavi e Fabio Testi, compariva una scaletta numerata con i motivi davvero un po' ridicoli.

Si elencava maldestramente perché, dopo partorito, le donne dell'est recuperano un fisico prefetto, o che sono sempre sexy e mai con i 'pigiamoni' in casa (sic!), che perdonano i tradimenti del loro uomo e lo lasciano comandare, che sono delle perfette casalinghe sin da piccole, o che non si lamentano o tengono il broncio. Insomma, un vero sciocchezzaio intriso di luoghi comuni da far rabbrividire anche il più tradizionalista dei telespettatori, cose talmente imbecilli da non poter essere prese neanche un attimo sul serio. Mi è capitato di vedere la trasmissione in diretta proprio nel momento incriminato e ho subito pensato che stessero scherzando davvero, che la questione posta non dovesse essere reale e che fosse un gioco inventato dagli autori in maniera maldestra.

Nessuno – mi sono detto – può essere così scemo da credere che stiano facendo sul serio, altrimenti sarebbe la fine, stanno sicuramente giocando; la Perego fa televisione da una vita e credo sia una seria professionista, che piaccia o meno”. Poi è iniziata la levata di scudi, l'indignazione generale sui social e il conseguente gioco al massacro. Lo sdegno femminista ha levato il suo urlo più forte contro il programma e contro la “povera” Perego, tanto che il il d.g. della Rai Campo Dall'Orto ha dovuto chiuderlo mandando tutti a casa, autori e conduttrice, motivandolo con un problema di “incoerenza col servizio pubblico” ma sollevando stranamente il direttore di Rai1 Fabiano da responsabilità e dal fatto che sapesse di cosa trattava la puntata, fatto che a me pare piuttosto improbabile.


"Mi hanno messa in mezzo", "è qualcosa di molto più grande di me", "hanno usato me come potevano usare forse qualcun altro. Forse è scomodo mio marito Lucio Presta" ha detto con la voce continuamente rotta dal pianto Paola Perego, che ha parlato per la prima volta dopo le polemiche in un'intervista andata in onda a Le Iene. Il filmato, che si può vedere su You Tube, è umanamente toccante e la conduttrice sembra molto disorientata e sofferente. Non ho particolari simpatie per la Perego, ma mi sembra che si sia fatta una tempesta in un bicchiere d'acqua, e guardando Rai1 nei programmi pomeridiani si ha spesso la sensazione che il limite della decenza venga sovente superato. 

lunedì 20 marzo 2017

Gli 80 anni di Carletto Mazzone, Magara altri 80!

(di Piero Montanari)



Se dovessimo cercare l'interprete perfetto della commedia umana del calcio, questi sarebbe solo lui, Carlo Mazzone, romano trasteverino, detto er Sor Carletto ma soprattutto Er Magara, per via di quell'uso nella vecchia lingua romana di stravolgere qualsiasi finale di parola. Il 19 marzo compirà 80 anni, quasi tutti dedicati allo sport che ha praticato prima come centromediano nella Spal, nel Siena alla Del Duca Ascoli, e nella sua amata Roma, poi come allenatore in quasi tutte le squadre italiane di provincia, e anche alla stessa Roma, dal 1993 al 1996, alla Fiorentina, al Napoli, al Cagliari, al Bologna. Spesso veniva chiamato non per vincere i campionati, ma per salvare le squadre in difficoltà, col suo gioco intelligente e il suo piglio da condottiero senza macchia e senza paura, soprattutto di mandare chiunque e in qualsiasi momento a quel paese.

La commedia del calcio che ha recitato Mazzone ti fa subito venire in mente una pagina dei Ragazzi della via Pàl di Ferenc Molnàr, un calcio giocato nel cortile pieno di pozzanghere, con i cappotti a segnare le porte e col proprietario del pallone che faceva le squadre, quando il pallone era non quello a spicchi di cuoio, roba da ricchi, ma un rotolo di stracci o un barattolo di pomodoro. Mazzone rappresenta tutto il bello di questo sport che lui è riuscito forse più ad insegnare che a giocare: furbo come una volpe, tattico, sparagnino, il vero rappresentate del pallone italico, meno fortunato di Trapattoni, ma molto simile per certi versi, della stessa pasta, nei gesti e nelle pantomime che fanno parte dei nostri ricordi e del comune immaginario. Come quella volta che il suo Brescia stava perdendo 3-1 contro gli storici rivali dell’Atalanta, il 30 settembre 2001 e lui iniziò ad essere pesantemente insultato dai cori degli ultras. Fa il 3-2, e Carletto pregusta il colpo grosso pensando: «Se famo er tre pari vado sotto 'a curva dell’Atalanta». Detto, fatto: Baggio pareggia i conti e Mazzone, incontenibile, festeggia sotto la curva dei rivali a cui dice di tutto e che gli dicono di tutto.
Record di 795 panchine in serie A, è adorato sia dai romanisti ma anche dai Laziali, che vedono in lui l'allenatore che permise loro di vincere lo scudetto, quel 14 maggio del 2000 in una giornata piovosissima nella quale, seduto sulla panchina del Perugia, batté la Juventus per 1 a 0. togliendole così lo scudetto praticamente quasi vinto e assegnandolo alla Lazio. Proprio lui, romanista fino al midollo, ma fino in fondo a recitare la sua parte, ineffabile grande burattinaio di questa incredibile commedia umana che è il calcio.



giovedì 16 marzo 2017

Supergulp! i Fumetti in Tv, la storia di quando scrissi le musiche


Quarant’anni fa andava in onda su Rai 2 la prima puntata di un programma televisivo che rivoluzionò totalmente il concetto di fruizione dei cartoni animati e dei giornalini a fumetti, che fino a quel momento erano state due espressioni culturali distinte, anche se una nasceva dall'altra. Fu grazie al genio intuitivo e creativo di una squadra di autori composta da Giancarlo Governi, Guido De Maria e Bonvi che fumetti e cartoni si incontrarono in uno straordinario “matrimonio”, celebrato in Tv alle 20:40 di martedì 15 marzo 1977, che conobbe un successo la cui eco è arrivata fino ad oggi, così potente da non doversi spegnere mai. Il meccanismo era semplice come tutte le cose geniali. I fumetti venivano animati a 'passo uno' (soggetti con movimenti molto schematici) con le voci di bravissimi doppiatori fuori campo a leggere il contenuto della nuvoletta, piccoli zoom e leggeri movimenti della macchina da presa, il tutto commentato da musiche ed effetti. Sembra facile a dirsi, ma era davvero un'idea fantastica.

E io cosa c'entro con le musiche di Supergulp? Per mia fortuna ci sono entrato, ed ecco la piccola storia di un incontro... fatale. Giovane musicista, a metà degli anni '70 mi ritrovavo spesso a mangiare alla mensa di uno stabilimento cinematografico sulla piazza di San Giovanni e Paolo al Celio, lo storico Safa Palatino, a poche centinaia di metri da piazza del Colosseo dove ero nato e vivevo. La proprietaria dello stabilimento Tatiana Morigi, bravissima montatrice di grandi attori e registi tra i quali Alberto Sordi, divenne mia buona amica e, tra una polpetta al sugo e l'altra preparate dall'ottima signora Marcella, mi rivelò un giorno la presenza alla Safa di “un pezzo grosso della Rai”, Giancarlo Governi che proprio lì stava montando con Sordi Storia di un Italiano. “ Dai Piero – mi disse - te lo presento così per te che suoni e fai il musicista si potrebbe creare un'opportunità di lavoro, di collaborazione.”

Avevo iniziato da pochi anni a scrivere musica per immagini, e proprio in quel periodo era uscito il mio primo lavoro di sonorizzazione per la tv, un disco di rock progressivo pieno di atmosfere interessanti, che consegnai prontamente a Governi con la preghiera di ascoltarlo. Qualche giorno dopo ci ritrovammo per mangiare alla mensa di Marcella, e lui mi disse testualmente: “Il suo disco mi è piaciuto molto, le andrebbe di lavorare per un programma che sto per iniziare?” Quel programma era proprio Supergulp!, e Giancarlo mi stava praticamente offrendo, non su un piatto d'argento, bensì davanti ad un piatto di buonissime polpette al sugo, la possibilità di partecipare ad un glorioso pezzo di televisione che fece storia.

Ovviamente non mi feci scappare l'opportunità e fu così che composi le colonne sonore per Spiderman, I Fantastici Quattro, Thor, Sturmtruppen di Bonvi, Lupo Alberto di Silver ed altri cartoni animati che apparivano nel programma, e iniziai da quel momento una stretta collaborazione con Giancarlo Governi, sfociata in un'amicizia che dura ancora da quel giorno.



lunedì 13 marzo 2017

La Rca e la "cattiva musica"


La Rca, in anni in cui si doveva fare solo "cultura alta", pubblicando Lp di artisti pop non politicizzati (che poi furono un'invenzione del direttore artistico e sommo capo Ennio Melis), nel cellophane che avvolgeva la copertina, c'era un foglietto volante prestampato che citava la fomosa frase di Proust sulla cattiva musica: "Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, ben di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Consideratela per questo degna di venerazione." Si voleva giustificare in qualche modo la produzione di un disco "non politico". Stavamo messi malissimo!

lunedì 6 marzo 2017

La triste vecchiaia di Paolo Villaggio

Si fa fatica a riconoscere oggi Paolo Villaggio, il grande attore comico, creatore di una delle maschere satiriche più intelligenti e divertenti degli ultimi 50 anni, il ragionier Fantozzi, che tra libri e film ci ha fatto ridere amaramente per decenni col suo sfortunato impiegato a cui crolla sempre addosso la vita.

Fatichiamo a riconoscere in questo attore, oggi malato di tristezza e dallo sguardo pieno di malinconia, il professor Kranz, prestigiatore cattivo e disumano, che insultava gli spettatori correndo tra le scale televisive di Quelli della domenica. Una comicità nuova si disse, paradossale, iperbolica, una comicità mai vista prima di Villaggio, che condensava con un lessico televisivo e cinematografico assolutamente fuori dagli schemi, un modo rivoluzionario di essere attore.

Oggi a lui, ormai 85 enne, è difficile leggergli nello sguardo queste straordinarie doti che ce lo hanno fatto amare per tanto tempo. E' vero che la vecchiaia, come diceva Philip Roth, non è una battaglia ma un massacro, ma la cattiveria proverbiale di Villaggio sembra essersi trasformata in una triste bonarietà, circondato dai suoi 120 chili trattenuti a stento nei suoi caffettani che ormai sono la sua divisa d'ordinanza.

Mi si è stretto il cuore vedendolo implorare un po' di vicinanza a suo figlio Pier Francesco detto Piero, che di dolori deve avergliene dati parecchi, ma che ora ha scritto un libro e cerca in televisione un momento di visibilità. Dice di suo padre che è un vecchio egoista megalomane, che è stato assente per tutta la vita e che mai si è curato di lui, che di bisogni ne aveva a iosa, in una vita piena di travagli, tra viaggi iniziatici in India e in America e periodi di disintossicazione dalle droghe e dall'alcol a San Patrignano.

In una di queste sue apparizioni, da Barbara D'Urso, mentre sponsorizzava il suo libro dal titolo profetico “Non mi sono fatto mancare niente” (Mondadori), Piero Villaggio ha mostrato un video dov'era con suo padre che lo implorava quasi piangendo di stargli vicino, di non abbandonarlo, di vedere una partita di calcio in televisione o mangiare qualcosa insieme, in un momento umanamente davvero triste, uno di quelli che vanno per la maggiore nelle trasmissioni “gossippare” nelle quali si indulge e si fa scempio del dolore altrui.


Villaggio me lo voglio ricordare cattivo e intelligente, temuto per i suoi giudizi tranchant e un po' stronzo, colto e grande attore con Fellini e Ermanno Olmi, anche se ormai, per dirla ancora come Roth, la sua battaglia si sta trasformando in un massacro.

Buon compleanno Lucio Battisti, ci sarebbe piaciuto un duetto con Dalla.



Lucio Dalla, 4 marzo 1943, Lucio Battisti 5 marzo 1943: a distanza di poche ore nascevano 74 anni fa due tra i più grandi e innovativi autori di canzoni della musica italiana, e due grandi cantanti: Dalla con una straordinaria voce ricca di doti tecniche, e Battisti, che esprimeva un canto afono ma rivoluzionario e modernissimo. Chissà, se fossero vivi avrebbero potuto festeggiare insieme questo straordinario compleanno, magari con uno show che solo immaginarlo mi fa venire i brividi, lo spettacolo degli spettacoli. Una fantasia impossibile però, e non solo perché non ci sono più i due grandi protagonisti di questo show.

Lucio Battisti da Poggio Bustone, un paesino dell'alto Lazio ricco di uliveti, a quello show immaginario non avrebbe mai partecipato. Se ne andò molto prima della sua morte fisica, smettendo di esibirsi in pubblico come la collega e amica Mina, che però non mancò mai di regalarci canzoni. Lucio si allontanò definitivamente dalle scene e non volle più tornarci, fino alla morte avvenuta a 55 anni il 9 settembre del 1998. Ricordo la sua ultima apparizione in video, il 4 luglio 1980, in una trasmissione della tv svizzera, nella quale cantò, qualcuno sostiene per una scommessa, Amore mio di provincia, e dove si vede il cantautore ingrassato e irriconoscibile.

Ereditiamo però dal rivoluzionario autore delle “mogoliane” Acqua azzurra acqua chiara, Non è Francesca, Emozioni, ma anche delle “panelliane” Hegel o Don Giovanni, un lascito di decine di brani straordinari, immortali, patrimonio indiscusso della nostra cultura musicale e anche repertorio per tanti artisti che hanno riletto, risuonato e ricantato le sue Opere.

Triste seguito ha avuto la “vita” di Battisti anche dopo la sua morte, allontanato, nascosto da tutti e protetto come la reliquia di un santo intoccabile dalla sua vedova Grazia Letizia Veronese, in un protezionismo al limite dell'ossessione. Nulla si poteva fare a suo nome e con le sue canzoni, un ricordo, una trasmissione televisiva, un festival, senza doverle chiedere (talvolta anche giustamente) il permesso e quasi mai ottenendolo. Almeno fino a quando il tribunale di Milano non si pronunciò lo scorso luglio, dopo quasi vent'anni di una causa intentata da Mogol contro Acqua Azzurra Srl, condannando la signora Veronese come amministratrice della società, ad un risarcimento di 2,6 milioni di euro, ma condannando soprattutto l'ostracismo estremo opposto dalla vedova all'uso delle canzoni di Battisti. Insomma, basta “robba mea”, non si tocca!

Per questo voglio ricordare, nel giorno del 74esimo compleanno del grandissimo Battisti, un altro grandissimo, Fabrizio De Andrè, che invece ha avuto in sua moglie Dori Ghezzi, la più generosa divulgatrice della sua opera. Decine sono ogni anno i festival a suo nome e centinaia le cover band che suonano le sue canzoni, senza che questo divenga motivo di querele e diatribe legali. La musica del grande Lucio, come quella di Dalla e di Faber, appartiene a tutti e ci sopravviverà nel tempo, cara Letizia, come può uno scoglio arginare il mare?



mercoledì 1 marzo 2017

Dj Fabo e il sarcofago di carne



(di Piero Montanari)

Almeno riuscissi a vedere uno spiraglio di luce... nulla... mi addormento con questo buio pesto e mi sveglio che è ancora più buio, anche se ho scoperto che il buio ha delle sfumature di nero, interrotte da lame di luce che sono solo un ricordo, un gioco ingannevole della memoria. I miei sensi non ci sono più, posso solo ascoltare le voci, la musica, ma quella non mi conforta, mi fa male ancora di più.
In questi maledetti tre anni, da quella sera dell'incidente, posso solo ricordare... ah i ricordi, ho solo quelli e null'altro! Ritornavo da quella serata in discoteca, dove avevo suonato bene. Suonato... mi piace dire “suonato”, così faccio incazzare i musicisti, perché loro ci considerano poca cosa, ci giudicano a noi dj dei finti musicisti che “suonano” la musica che altri scrivono. Che si fottano, io la musica la suonavo davvero, la trasformavo, ero un grande, ero!
Il telefonino... mi era caduto il telefonino in macchina, avevo appena parlato con Valeria, la mia Valeria dolcissima, ero senza cinture di sicurezza (da figo qual' ero non le mettevo mai, figurati, io che sfidavo la vita ogni giorno) e andavo pure bello veloce, troppo veloce... mi sono inchinato a raccoglierlo, che testa di cazzo sono stato, e poi la sbandata... il botto, e che botto! Non ricordo più nulla dopo, e mi sono svegliato imprigionato in un sarcofago di carne, in un corpo morto e inutile, il mio, mentre il mio cervello va che è una spada, purtroppo!

Proprio io che ero l'emblema della vita, della gioa di vivere e della salute, ma per fortuna ora sta per finire, ora che grazie a Marco, a Valeria, ai miei cari e a tutti quelli che mi hanno aiutato ad arrivare sin qui in Svizzera alla clinica Dignitas, potrò mordere quel pulsante che mi libererà da questo maledetto sarcofago di carne e mi restituirà la libertà. E se non ci riesco? Vorrà dire che tornerò a casa portando un po' di yogurt, visto che qui in Svizzera è molto più buono. Ma che cretino sono, scherzo pure in punto di morte, ma scherzo perché sono felice per la prima volta dopo tre anni d'inferno.”


“Ah, un'ultima cosa: fate in modo che la mia morte sia servita a qualcosa, ricordatevi di mettere sempre le cinture di sicurezza, ok?”  

sabato 25 febbraio 2017

Stadio della Roma allora si poteva fare, viva il compromesso.




(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it e Ilquotidianodellazio.it)


Quindi sembra essere alla fine della stesura dell'operetta buffa “Lo stadio della Roma”, testo di Beppe Grillo con musiche di James Pallotta, e l'etoile Virginia Raggi al centro della scena, che danza piroettando pezzi di musica immortali. “Lo stadio si fa, lo stadio non si fa, lo stadio si fa qui, lo stadio si fa là, lo stadio, se si fa, non si fa qui ma si fa là!”

E invece lo stadio della Roma si fa proprio a Tor di Valle, però senza le vituperate Torri e con il taglio di almeno il 50% delle cubature previste dal progetto originario. Sembrano essere tutti d'accordo, grande vittoria del Dio Compromesso, unico nume tutelare, Angelo Consigliere di tutte le beghe, vero deus ex machina delle liti tra gli umani.

E pensare che la storia infinita Stadio della Roma sembrava volta ad una fine ingloriosa, con la sindaca Raggi ricoverata al San Filippo Neri per un malore che a noi è parsa una scusa banale per non partecipare alla riunione definitiva in Campidoglio, tanto che abbiamo scritto che sembrava la scusa classica dei bambini quando non fanno i compiti “Maestra, m'è morta nonna!” E le minacce alla Città del presidente giallorosso Pallotta: “Se non mi fate fare lo stadio, inizio a vendere i giocatori migliori e poi vendo l' A. S. Roma, con conseguenze catastrofiche per la città e tutti i romanisti”. Che poi sarebbe facile immaginare scendere in piazza pericolosamente incazzati. Invece per fortuna ha prevalso il buon senso,


"Tre torri eliminate; cubature dimezzate, addirittura il 60% in meno per la parte relativa al Business Park; abbiamo elevato gli standard di costruzione a classe A4, la più alta al mondo; mettiamo in sicurezza il quartiere di Decima che non sarà più soggetto ad allagamenti; realizzeremo una stazione nuova per la ferrovia Roma-Lido. Abbiamo rivoluzionato il progetto dello Stadio della Roma e lo abbiamo trasformato in una opportunità per Roma". E' con queste parole che la sindaca Raggi Virginia, dopo otto mesi di No a qualsiasi proposta, inizia a dire il primo tiepido Si, col beneplacito del suo mentore Beppe Grillo, che è corso ai ripari dopo essersi reso conto di quanto il suo movimento stesse perdendo consensi. Escluso il mio, almeno i voti dei romanisti saranno assicurati.

venerdì 17 febbraio 2017

Quando Berdini non voleva il Colosseo



(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it e il quotidiano dellazio.it)




Viva Berdini, l'ultimo baluardo del Sacco di Roma, l'unico che avrebbe potuto fermare la cementificazione di questa povera e martoriata Città Eterna, che di eterno ora ha solo le polemiche.
Lo stadio di Pallotta (e non della AS Roma, per carità) ha aperto la stura dei moralisti dell'ultim'ora, dopo anni di progetti, di riunioni, di soldi buttati, di verifiche del territorio, di benestare, di concessioni prima date e poi rimpiante, in un grottesco balletto dove gli scudi si sono levati altissimi, a difesa di un territorio vicino a un fiume Tevere periferico abbandonato da sempre, che frana, smotta, esonda, inonda, pericolosissimo per farci sopra uno stadio con tutto il resto. E poi, tutto questo resto che fa litigare, con torri pendenti che neanche a Pisa s'incazzarono così, inutili centri commerciali (ma che ci facciamo con i centri commerciali se il commercio è in crisi?), colate di pesante cemento che renderà quell'area - se non sprofonderà prima nella Valle del Tevere - un orrido architettonico da tramandare ai postumi, e non dico posteri.

Si, certo, onore all'incauto Berdini che di sicuro non ha brillato di sagacia quando ha espresso il suo pensiero liberamente ad un giornalista camuffato in cerca di scoop. Onore a Berdini, ultimo eroe civile, in mezzo a barbari cementificatori, la mafia del mattone, in mezzo a quel "nulla" amministrativo e politico che lo circondava in Campidoglio. Mi domando solo se gli stessi scudi moralizzatori si levarono all'epoca della costruzione del Colosseo, che deve essere stato un orrore marmoreo per tanti puristi e oggi uno dei monumenti più visitati al mondo, in mezzo al verde prataiolo e pecoreccio della collinetta del Celio. Di sicuro ci sarà stato qualcuno che si è indignato, ma immaginiamo che poi sarà finito in pasto ai leoni, come spesso al tempo succedeva ai rompicoglioni. Meno male che oggi perdi solo il posto.


martedì 14 febbraio 2017

Addio ad Al Jarreau, il cantante dalla tecnica sovrumana

(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it)



La sua voce non era classificabile tra le voci naturali del canto jazz, perché spaziava dal baritono al mezzo soprano, al soprano leggero con saltabecchi nel basso e nel falsetto, e il suo intenso fraseggio “be bop”unico e fluente, esclusivo ed innovatore, combinava il suo originalissimo stile canoro tra toni acuti e subacuti con toni bassissimi e flautati, alternandoli fra loro con agili e veloci melismi tecnici per creare un'iperattiva sorgente di suoni, mai fuori del suo controllo. Vocalismi a volte eterei ma a volte, invece, così potenti da imitare trombe e sassofoni, come si usa fare nel canto “scat”, quello che imita i suoni dell'orchestra e del quale erano maestri Armstrong e Ella Fitzgerald.

Questo era Al Jarreau, morto al Los Angeles il 12 febbraio a 76 anni, dopo un ricovero per un non precisato “esaurimento nervoso” a causa del quale aveva dovuto annullare tutti i suoi impegni artistici. Una vita nella musica ed icona mondiale dell'eccellenza del canto jazz, Alwyn Lopez, detto "Al" Jarreau da Milwaukee, non aveva rivali e con la voce poteva fare qualsiasi cosa. Così mi disse lui stesso una volta a cena in un ristorante di Roma molti anni fa, quando venne per promuovere un suo nuovo disco, Breakin' Away, che non era propriamente un disco di jazz ma di pop. Me lo ritrovai fortunatamente a fianco nel tavolo e gli chiesi subito perché – lui che era un jazzista puro – avesse deciso di fare la scelta di cantare musica pop. “I can sing everything i want” - posso cantare qualsiasi cosa mi vada, rispose seccamente e un po' scocciato, forse imbarazzato dalla mia domanda troppo diretta.

Ed era vero. In effetti, il figlio del pastore della Chiesa Avventistica del Settimo Giorno, avrebbe potuto cantare anche il vecchio elenco del telefono che avrebbe fatto scalpore. Ammirato nel mondo, tutti i musicisti importanti lo avrebbero voluto nelle loro session per suonare con lui. Venne anche ospite a Sanremo nel 2012 e cantò Parla più piano di Rota con i Matia Bazar, duettò anche con Checco Zalone, che tra l'altro suona magnificamente il piano e ama il jazz. Ma, senza nulla togliere, gli artisti con i quali collaborò avevano nomi più altisonanti: Quicy Jones, Stevie Wonder, Lionel Richie, Michael Jackson, che lo considerava un grande maestro.

Ci mancherà molto Al Jarreau, anche se per fortuna resterà per sempre la sua musica. Forse muore con lui l'ultima icona mondiale del canto jazzistico “scat” e un immenso vocalist con una tecnica strabiliante, ineguagliabile, paragonabile solo a quella di personaggi come Demetrio Stratos degli Area, artisti che hanno superato il canto umano, esplorando territori sconosciuti della voce e scalando vette musicali mai toccate da nessuno.



Quello che le canzoni (di Sanremo) non dicono



(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it e ilquotidianodellazio.it)

Va bene ci arrendiamo, il Festival di Sanremo è vivo e lotta insieme a noi, e la battaglia non ha storia, perché evidentemente l'ha vinta su tutti i fronti anche quest'anno, con il suo 50,37% di ascolti che supera addirittura il suo vecchio record dello scorso anno, quel 49,48% che già era “incredibile dictu”.

La gente ha premiato la strana accoppiata di presentatori, con Maria De Filippi e Carlo Conti che sanciscono un televisivo compromesso storico che in Italia non era mai riuscito a nessuno: un plauso al tuttologo presentatore toscano che ha avuto la grande idea. Maria fa quello che sa fare bene, sé stessa, col suo tipico profilo basso e intelligente e il suo vocione, che quietano la ridondanza di ansie degli artisti sul palco, dei suoni, fiori e luci dei quali Sanremo è portatore sano da sempre, e a volte – come in tempi di disgrazie e crisi che mai ci facciamo mancare – anche fuori luogo. Ma qui vengono in soccorso i soccorritori di Rigopiano che aggiustano i sensi di colpa.

Noi che siamo da sempre i critici della prima ora del Festival, siamo stati ancora una volta sconfitti da un marchingegno che sembra mettere più o meno d'accordo tutti, spettatori e attori, e faremmo la solita triste figura degli snob a parlarne male, perché magari siamo quelli che preferiscono altra musica o semplicemente la Musica alle canzoni scialbe, o un altro genere di televisione a questa che il Festival propone con irritante insistenza.

Abbiamo ululato alla luna per anni, raccontando di Festival con artisti risibili, apparsi e scomparsi in un nanosecondo dalla scena, e siamo andati in giro ripetendo come un 'mantra' che ormai Sanremo è divenuto uno spettacolone di varietà con brani che difficilmente lasciano il segno, cerimoniale ormai inutile per canzoni-regine, elette e quasi subito detronizzate, perché nessuno le ricorda il giorno dopo. Abbiamo anche detto, in un ultimo afflato di ardore rivoltoso, che il Festival è solo un Gran Bazar, dove viene mostrato il meglio e il peggio del paese, tra canzoni diventate ormai inutile corollario ad una manifestazione che tutto è meno che musica, ma solo la celebrazione di uno degli ultimi fuochi della televisione generalista.

Abbiamo detto questo ed altro, e siamo stati ancora una volta smentiti e inascoltati, perché gli italiani amano il Festival di Sanremo e lo guardano, almeno la metà televisiva di loro, mentre l'altra metà si domanda perché senza essere in grado di darsi una risposta logica. E non venite adesso a dirmi “perché Sanremo è Sanremo!” che m'incazzo.





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lunedì 6 febbraio 2017

Pasquino risponde ar Pasquino Grillino


Cara Virginia, sinnaca bambina
Hanno scritto che sei una da protegge
E siccome me gira bene stamatina,
Non dirò fesso a chi scrive, ma chi legge

Quindi nun te dispiacerà si m'antrometto
Ma solo pe' datte quella protezione
Telefono a n'amico de rispetto
E poi te intesto 'n'assicurazione.

Scajola, porello, nun sapeva gnente
E 'na casa se trovò cotta e magnata
Virgì, sta attenta a te, si fai l'ingrata
Er popolo sovrano poi se pente!

(pubblicato su Globalist.it - febbraio 2017)


venerdì 3 febbraio 2017

Se diventiamo tutti giustizieri della notte



(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it e Ilgiornaledellazio.it)

Ricordo, non senza un forte disagio che mi assale ogni volta, Il giustiziere della notte, il film del 1974 diretto da Michael Winner, tratto da un romanzo di Brian Garfield e magistralmente interpretato da Charles Bronson, in cui si narra la storia di un ingegnere pacifista (Bronson) al quale, in seguito ad una rapina, viene barbaramente uccisa l'amata moglie e stuprata la figlia. Il tranquillo ingegnere, in seguito al profondo trauma subito, diventa un assassino seriale e la notte esce per cercare di uccidere chiunque gli sembri un bullo o tenti di rubargli il portafoglio, consumando così la cieca vendetta per il brutale torto subito dai suoi cari.

Il film ebbe un grande successo, e generò tantissime critiche per essere l'invocazione popolare alla giustizia sommaria, quella “fai da te”, laddove non viene riconosciuto più il ruolo dello Stato, quello della giustizia ordinaria e la tutela delle forze dell'ordine nei confronti del cittadino. Il Far West 2.0 per intenderci.

Un passo avanti di alcuni anni. Era il 1977 ed ero andato al cinema a vedere Un borghese piccolo piccolo, un altro film del grande Monicelli che fece discutere per la violenza del tema trattato e della crudezza delle scene mostrate. Il film, splendidamente interpretato da Alberto Sordi, Shelly Winters e Vincenzo Crocitti, racconta la storia di un amatissimo figlio (Crocitti) che viene ucciso per sbaglio durante una rapina in strada. La madre (Winters) per il dolore diventa una tetraplegica, mentre il padre (Sordi), avendo riconosciuto l'assassino, medita una furiosa e folle vendetta, lo pedina fino a catturarlo e a torturarlo a morte per giorni in una triste casupola al mare.

Ricordo bene già al cinema la gente che urlava – come nelle sceneggiate napoletane – invettive contro l'assassino e applausi alle torture, mentre alcuni di noi cercavano di “sedare” e tacere questi giustizieri improvvisati, ricordando loro che esiste una giustizia dello Stato, e che questo orrore non si poteva commettere, ma venivamo zittiti a male parole. La gente voleva la vendetta, perché la vendetta evidentemente appagava la pancia, almeno a parole...

Ecco quindi riapparire tra noi il giustiziere notturno o il piccolo borghese del grande Sordi, che riaffiorano dal passato per riaccenderci lo stesso disagio di quei tempi. Parlo ovviamente dell'omicidio di Vasto, una tragedia nata da un'altra tragedia, dove un ragazzo uccide una giovane sposa investendola mentre era sullo scooter, non fugge, affronta la giustizia ma invano perché il marito della sventurata, Fabio Di Lello, lo fredda con tre colpi di pistola dopo aver covato la vendetta per alcuni mesi. E come in un rituale da tragedia greca, dopo aver ucciso il 22enne Italo D'Elisa, si reca sulla tomba della moglie e le offre la pistola come segno del compimento della sua vendetta e come chiusura della storia, due morti, un uomo disperato in carcere per decenni, famiglie distrutte.


Da considerare poi una vera campagna d'odio sui social contro questo ragazzo investitore, che a giorni sarebbe stato incriminato di omicidio stradale, con la giustizia che avrebbe fatto bene o male il suo corso. I popoli dei social, come nelle sale dei film citati, volevano il cappio stretto intorno al collo dell'assassino, e l'hanno avuto purtroppo, finalmente appagati da questo tragico rigurgito di vomito di giustizia sommaria che libera le pance dei deboli e massacra le coscienze dei forti.   

lunedì 30 gennaio 2017

Per fortuna che c'è il Maestro Vessicchio.


(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it)

Mala tempura curry”, come diceva un amico cuoco amante del latino maccheronico, il latino che si parla tra un' amatriciana e un cacio e pepe. Scopriamo con doloroso stupore che Trump è il primo politico al mondo che mantiene le promesse fatte nella campagna elettorale. Solo che queste sono, a dir poco, esiziali: un muro lungo 3200 km tra Stati Uniti e Messico da fare invidia alla muraglia cinese, del costo tra 27 e 40 miliardi di dollari, che però spetta – secondo il tricodotato tycoon - ai poveri messicani i quali, già incazzatissimi di loro, hanno risposto a Trump col gesto dell'ombrello, determinando tra i due paesi una pericolosa crisi politica.

Poi la chiusura delle frontiere per sette paesi musulmani: Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen, con molti disperati cittadini di questi paesi, ormai cittadini americani, per l'impossibilità di ricongiungersi con le loro famiglie. Ora un accordo con Putin col quale, alla faccia di tutto il vecchio anticomunismo americano, si trova benissimo, per scatenare la vera terza guerra mondiale contro i paesi arabi che sostengono l'Isis. E l'Isis, da canto suo, che ha promesso di scatenare a sua volta una rappresaglia a Roma, città simbolo del cristianesimo, abbattendo o occupando, se va bene, il suo monumento simbolo, il Colosseo. E questo sempre per non farci mancare nulla, dopo i terremoti e le valanghe nell'Italia centrale di questi giorni.

Insomma, leggere queste cose non fa bene alla salute psicologica di noi poveri e fragili individui, ma ci viene miracolosamente in soccorso l'imminente e immanente telefesta comandata, quella subito dopo Natale, Capodanno e la Befana, il Festival di Sanremo, con tutte le sue immancabili polemiche, le critiche e le sue liturgie, i cantanti in gara, quelli esclusi, gli ospiti, i cachet dei conduttori troppo alti, la De Filippi affiancata a Conti che non vuole soldi, troppe le cinque serate etc.

Ma una notizia ferale (e feriale) in questi giorni campeggia sopra tutte: il Maestro Peppe Vessicchio, colui che ornai da più di venticinque anni incarna lo spirito del Festival, non andrà a Sanremo! E tutti si domandano: perché, cosa gli sarà successo, è ammalato, o forse morente, o in crisi esistenziale? Lui, essere mitico e mitologico, metà uomo e metà barba, metà Maestro e metà Sanremo ha detto di no, e lo ha anche motivato: anche lui ha scritto un libro, un'autobiografia dal titolo sibillino “La musica fa crescere i pomodori”, e ha detto che si vuole dedicare alla sua presentazione, cosa che probabilmente farà in concomitanza col Festival. Ha anche detto molto polemicamente:

In questi ultimi anni è rimasto assai poco di quello che è transitato dal festival. E non parlo di risultati di vendita. Penso a casi come Cammariere o gli Avion Travel che sono sopravvissuti. Non sento la stessa valenza negli ultimi tempi. Vengono proposti solo prodotti a scadenza breve perché credo che l'industria vada in quella direzione e preferisca avere prodotti da sostituire in fretta con altri piuttosto che pensare al lungo periodo”.

Bene non vedremo dirigere il M° Vessicchio a Sanremo (anche perché due dei cantanti che lo avevano prenotato sono stati esclusi) e ce ne faremo una ragione, in attesa che si liberi l'Italia centrale dalla neve, che si ricostruiscano i paesi terremotati, mentre si costruisce il muro tra Stati Uniti e Messico, che l'Isis attacchi Roma e che scoppi la terza guerra mondiale. Amen






domenica 22 gennaio 2017

J-Ax, Fedez e il loro nuovo disco Comunisti col Rolex.


(di Piero Montanari - pubblicato su globalist.it e ilgiornaledellazio.it)



Esce il nuovo disco di Jay-Ax e Fedez, Comunisti col Rolex, un titolo evidentemente provocatorio e alquanto datato, perché mi ricorda i tempi bui nei quali non si poteva andare in giro vestiti decentemente o con un auto che non fosse una carretta, che venivi subito tacciato di appartenenza alla “gauche Vuitton”, la sinistra salottiera tanto odiata dai fascisti e dai compagni trinariciuti dell'epoca, che per un nulla ti facevano il pelo.
Strano e ambiguo titolo, che lascia adito a più interpretazioni. Cercheremo di capire a chi si riferisce la provocazione, anche se sarà difficile che ascolteremo la loro musica se non incidentalmente... chissà, forse all'amico Putin che è un comunista ma post, molto post, o forse a chi in Italia si professa di sinistra ma, non avendo gli stilemi del fratacchione, per i nuovi moralisti, non lo può di certo fare.

I due rapper del tormentone estivo Vorrei ma non posto, sostengono invece che il titolo dell'album nasca da "un insulto, (rivolto da chi a chi non è dato sapere ndr) che abbiamo voluto trasformare in merito: voglio dire con questo che in Italia si può ancora diventare ricchi onestamente, e questa è una cosa molto bella", ha spiegato Fedez, che si era attirato feroci critiche sui social per i 'selfie' scattati nel suo attico di lusso, con uno striscione che campeggiava dalla finestra e che rappresentava un polso con un lussuoso orologio con al centro falce e martello.

Se la critica è nei confronti di chi è di sinistra ma non è diventato un frate minore, spogliandosi di qualsiasi orpello e rimanendo in mutande e col saio, allora la cosa assume caratteri di imbecillità, ma a questo punto abbiamo il sospetto invece che sia una “excusatio non petita” rivolta proprio a loro stessi, arricchitisi incredibilmente, e volendo invece cercare di non perdere la parte sinistroide che li segue e li sostiene. Altrimenti li invitiamo a fare loro un po' di professione di umiltà, incominciando per primi a spogliarsi delle ricchezze, per poi votarsi alla rinuncia francescana ed iniziare così la pratica degli esercizi spirituali. Ah, della musica parleremo poi, forse.


venerdì 20 gennaio 2017

Marchionne, se tarocchi pure la FCA siamo rovinati.



(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist.it
e Quotidianodellazio.it)


Conosciamo i fatti: la Fca, Fiat Chrysler Automobiles, la Company fondata da Marchionne dopo aver acquisito il marchio americano, è stata accusata dall’Agenzia per la protezione ambientale Usa (Epa) di aver violato la normativa del Clear Air Act”, che consiste nella legge sulle emissioni degli Usa. L’accusa mossa alla Fca riguarda circa 104 mila veicoli ed era arrivata il 12 gennaio, facendo crollare immediatamente il titolo in Borsa. Ora la Fiat Chrysler, se la violazione verrà accertata, rischia una multa che potrebbe essere pari fino a 44.539 dollari per veicolo, con una cifra massima di 4,63 miliardi di dollari circa. Il commento di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca è stato: “Abbiamo la coscienza pulita, nessuno qui è così stupido”.

Speriamolo, caro Sergio, anche perché ti avvisai per tempo, quando scegliesti questo marchio che sembrava il 'brand' di un prodotto farmaceutico, piuttosto che quello di costruttori di auto. Dissero che era minimalista, essenziale, maiuscolo, assertivo. Mah, io continuo a dire brutto che più brutto non si poteva concepire, tanto è triste, scolorito, banale.

Ti dissi anche, e non mi hai voluto dare retta, che si sarebbe scatenato il mondo dei media sui doppisensi che questo acronimo ha subito indotto: sul web c’è chi scrisse testualmente: “Chissà se la FCA continuerà a fare automobili a CZO?” Un giusto interrogativo al quale non hanno dato una risposta convincente gli acuti responsabili del marketing, e ora gli ingegneri preposti alle emissioni dei due modelli incriminati.

Caro Sergio, ora c'è il rischio che si avveri sul serio il cattivo auspicio, anche se non ce lo auguriamo, soprattutto per i nostri operai sempre in bilico lavorativo. Speriamo che tu non abbia davvero taroccato la Fca, alla cui genuinità e qualità, in questo momento drammatico del mondo, è una delle cose alle quali teniamo di più.


mercoledì 11 gennaio 2017

Il delitto di Pontelangorino (Fe): 16 anni uccide i genitori

Quando i figli uccidono (barbaramente) i genitori





Sembra ci sia una svolta nelle indagini sul duplice omicidio di Pontelangorino, in provincia di Ferrara dove sono stati massacrati a colpi in testa Salvatore Vincelli, 59 anni, e Nunzia Di Gianni, 45 anni, e poi avvolti in sacchi di plastica come fossero spazzatura.

L'orrore è che l'autore del brutale delitto pare sia quasi certamente uno dei due loro figli di appena sedici anni, con l'appoggio di un suo amico non ancora diciottenne. Dalle prime indagini sono venuti fuori gravi contrasti familiari e non un movente economico, come quello che spinse Pietro Maso nel 1991 a 'far fuori' a padellate il padre Antonio di 52 anni, e la madre Maria Rosa Tessari di 48, simulando una rapina e andando poi con i suoi complici a brindare in discoteca. A lui servivano i soldi per fare la bella vita.

L'elenco dei figli killer è purtroppo lungo: ricordiamo tutti Erika Di Nardo, 16 anni, che si accordò con il fidanzato Omar Favaro di 17 per massacrare la mamma di Omar, Susy Cassini di 45 anni, e il fratellino Gianluca di 12, il 21 febbraio 2001. Poi Ferdinando Carretta, che assassinò i genitori, Giuseppe e Marta Chezzi, e il fratello Nicola per intascare l'eredità e trasferirsi in Inghilterra. E quel tragico 7 novembre 2015, quando Fabio Giacconi e Roberta Pierini ad Ancona vennero assassinati dal fidanzato della figlia Antonio Tagliata, 19 anni, che gli spara ai due poveri genitori istigato dalla ragazza.

Quale sia il tragico cortocircuito mentale che spinge figli amatissimi e viziati ad uccidere i propri genitori quasi sempre con modalità efferate, non è dato sapere, anche se gli psichiatri ci ammanniscono, in questi casi, analisi talvolta condivisibili, ma generalmente incongrue se confrontate con l'orrore degli gesti omicidiari. Teste che esplodono all'interno di nuclei familiari all'apparenza sereni, dove le vite sembrano scorrere nel piattume di quotidianità banali, spesso prive di affettività manifeste e di capacità di socializzare, dove ognuno percorre la propria esistenza senza curarsi di quella dell'altro.

Forse è proprio in questa mancanza di comunicazione, dove si insinua una pericolosa e insostenibile anestesia dei sentimenti, che va ricercato il movente di questi gesti estremi, ultimo tragico e mortale tentativo di affermare sé stessi ed urlare la propria infelicità al mondo.

(di Piero Montanari - pubblicato su Globalist 11 gennaio 2017)

Premio alla Cultura

PREMI SPECIALI

A BENEMERITI DELLA CULTURA

(Trofeo di Cristallo e Medaglia d’oro del Presidente dell’Ass. Cult. “P. Raffaele Melis O.M.V.”)

Musicista Regista Maestro PIERO MONTANARI
Roma

Premio “Francesco Di Lella”

“Per avere contribuito con la musica e la regia all’evoluzione ed all’affermazione di attori e cantanti di chiara fama nazionale ed internazionale, lasciando un segno vivo nel panorama cinematografico e musicale italiano, senza mai desistere anche in un periodo così difficile ed arduo come l’attuale.”

Firmato Augusto Giordano, Getulio Baldazzi, P.Ezio Bergamo, Rita Tolomeo, Maurizio Pallottí, Domenico Di Lella, Maria Fichera, Gianni Farina, Rita Pietrantoni, Paola Pietrantoni, Domenico Gilio.

Il premio sarà conferito il 13 giugno 2010 alle ore 16 al teatro S. Luca, in via Lorenzo da' Ceri 136 - Roma.

Esce il cofanetto della mitica trasmissione!

Esce il cofanetto della mitica trasmissione!
Finalmente nelle librerie "L&H:2 Teste senza cervello", libro e Dvd con la summa delle puntate migliori e, udite udite, dialoghi ANCHE IN ORIGINALE . Lo abbiamo presentato da MelBookStore il 30 giugno 09. C'era Italo Moscati, persona di straordinaria cultura e spessore umano. Con quella di Giancarlo le due 'memorie' si intersecavano a meraviglia! Due teste con parecchio cervello...SE TI INTERESSA COMPRARLO, CLICCA SULL'IMMAGINE!

Al Parco di S. Sebastiano

Al Parco di S. Sebastiano
Con Guido De Maria e Giancarlo Governi, i padri di SUPERGULP!

Celebriamo SUPERGULP!

Celebriamo SUPERGULP!
Talk Show con Giancalo e Guido al "Roma Vintage Festival", 16 giugno 2009 dedicato allo storico programma Rai

Celebriamo Gabriella Ferri

Celebriamo Gabriella Ferri
Con Giancarlo

...e Rino Gaetano

...e Rino Gaetano
Con Giancarlo

...ancora Rino

...ancora Rino

Con sua sorella Anna Gaetano e Giancarlo

Con sua sorella Anna Gaetano e Giancarlo
In omaggio a Rino, quella sera ho cantato "I love you Maryanna", primo disco di Rino, prodotto da me e da Antonello Venditti nel 1973. Con Rino feci un tour nel 1979. Alla batteria c'era Massimo Buzzi, alle chitarre Nanni Civitenga e Rino e io al basso. Il 'road manager' era Franco Pontecorvi che oggi vive come me sui Castelli Romani e vende occhiali.

Serata Supergulp

Serata Supergulp
Venerdì 17 luglio '09 al Parco S. Sebastiano (Caracalla) all'interno di Roma Vintage, verrà ripetuta la serata dedicata alla genesi del mitico programma televivivo. Parteciperanno Giancarlo Governi, Guido De Maria e Piero Montanari (me stesso...). Appassionati intervenite!

Un giovane promettente...

Un giovane promettente...
Luca, il giorno che si è vestito bene per il suo saggio di pianoforte. Sarà pur vero che "ogni scarrafone è bello a mamma soia", ma ci saranno pure degli scarrafoni universalmente belli, o no?

Maggio 2008: un piacevole incontro

Maggio 2008: un piacevole  incontro
Dopo più di vent'anni ho rivisto l'amico Giorgio Ariani, grande attore e voce ufficiale Italiana di Oliver Hardy (Ollio). Nel 1985 realizzammo la sigla di "2 Teste senza cervello" e Giorgio, con Enzo Garinei (Stanlio) doppiò una marea di film della coppia per i quali realizzai le musiche.

Una gita al "Giardino dei Tarocchi"

Una gita al "Giardino dei Tarocchi"
A Capalbio (Gr.) c'è un posto magico da visitare, con opere d'arte tra ulivi e macchia mediterranea, opera dell'architetta Niky De St. Phalle che ha realizzato in 20 anni un percorso di magnifiche statue ispirate ai Tarocchi, le magiche carte che predicono il futuro...Dato il suo nome, è meta di "sole" e personaggi cosiddetti " taroccati". Wanna Marchi e sua figlia sono state spesso viste aggirarsi tra le magnifiche statue!

Diana Nemi 2007/2008

Diana Nemi 2007/2008
Da sx alto: Samuele, Emanuele, Federico R., Lorenzo, Matteo, Edoardo, il Mister Eugenio Elisei. Sotto:Simone, Luca, Daniele, Valerio, Riccardo, Federico C.

Luca e Pedro 'Piedone' Manfredini

Luca e Pedro 'Piedone' Manfredini
Col mio "idolo" calcistico di ieri

Luca e Francesco Totti

Luca e Francesco Totti
Col suo "idolo" calcistico di oggi

Luca Montanari

Luca Montanari
Il calciatore. Questa stagione, la prima di campionato con i pulcini della "Diana Nemi", è capocannoniere. Ha messo a segno ben 43 reti e tutte senza rigori, ma ventidue su calci piazzati!

Luca Montanari

Luca Montanari
Nel momento della premiazione

Daniele Serafini

Daniele Serafini
La premiazione

A S D Diana Nemi Pulcini '98. Anno 2006 -'07

A S D Diana Nemi Pulcini '98. Anno 2006 -'07
Da sx della foto: Samuele, Matteo, Riccardo,Federico, Wulnet, Carlo, Luca, Daniele. Seduto con il pallone, una vera pestilenza, Federico Rosselli. Dobbiamo dire grazie alla pazienza infinita del Mister Eugenio Elisei, che più volte ha pensato di mollare la squadra e dedicarsi alle missioni in Angola - E' meno faticoso - mi ha detto, disperato, alla fine di un allenamento.

Allenamenti anno 2007-2008

Allenamenti anno 2007-2008
Il mio secondo figlio unico...

Matteo Montanari

Matteo Montanari
Il mio primo figlio unico...

Ado e Sania Montanari

Ado e Sania Montanari
The Peter's Sisters

La Roma tra la "B" e la "A" 1951-1952

La Roma tra la "B" e la "A" 1951-1952
Memmo Montanari (primo a dx nella foto) con i suoi tifosi in una trasferta della Roma. La foto è stata scattata al ritorno da Verona il 22 giugno 1951. Solo dopo quella partita la Roma ebbe la certezza di tornare in serie A

Memmo Montanari, capo dei tifosi, in azione nel suo poderoso incitamento alla squadra.

Memmo Montanari, capo dei tifosi, in azione nel suo poderoso incitamento alla squadra.
Mio padre, che si diceva fosse danaroso, quando morì era povero. Qualcuno nel nostro quartiere Celio racconta ancora che comprava i giocatori alla Roma...

Mio padre al centro dei vip della Roma

Mio padre al centro dei vip della Roma
Ricordo questa foto da sempre. Quella che avevamo in casa aveva un ritocco fatto a mano da non so chi (forse mio padre stesso). Il "pittore" aveva dipinto a tutti pantaloncini da calcio e gambe nude! In quel periodo glorioso nasce il giornale "Il Giallorosso" che contribuì attivamente alla ricostruzione della Roma. Fu fondato da mio padre, Angelo Meschini (capi storici di allora del tifo romanista) e dai fratelli Mario e Peppino Catena (soci della Roma) con la collaborazione dell'avvocato Alberto Saccà, con cui mio padre, nei miei ricordi da piccolo, aveva rapporti conflittuali.

Il Giallorosso

Il Giallorosso
Testata del giornale dei tifosi della Roma fondato da mio padre nel 1952. Ero piccolino e ricordo quel giorno che mi fece vedere le bozze...ricordo la finestra della mia camera sulla Piazza, al civico 4, ed il Colosseo davanti.

Pop & Jazz History

Pop & Jazz History
Sonorizzazione

1970 Pop Maniacs

1970 Pop Maniacs
Qui ci sono anche le musiche di Spyderman e i Fantastici Quattro che feci nel 1977 per Supergulp!

Il Pianeta Totò

Il Pianeta Totò
Fotogramma della sigla di Mario Sasso per la prima trasmissione di Rai 2 sul grande attore. Gli occhi di Totò si muovevano a tempo con una mia tarantella che si trasformava via via in rock sulle note di Malafemmena.

Laurel & Hardy

Laurel & Hardy
Logo originale della trasmissione

Laurel & Hardy

Laurel & Hardy
Un fotogramma della sigla di "Due teste senza cervello". Ci lavorò a lungo il videoartista Mario Sasso, alla SBP di Roma, con Virginia Arati che dipingeva elettronicamente 'frame by frame', con un computer costosissimo della Quantel che si chiamava appunto Paintbox. Credo che questa sigla sia stata la prima in Tv ad essere realizzata con questa straordinaria tecnica.

Il mio recording studio

Il mio recording studio
La regia

studio

studio
La sala di ripresa

studio

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la regia

studio

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La regia

Il ritorno di Ribot 1991

Il ritorno di Ribot 1991
Uno sceneggiato interpretato dal grande cantante e attore franco-armeno Charles Aznavour e Delia Boccardo, diretto da Pino Passalacqua per Rai1 e Antenne2 con la colonna sonora composta da me.

Processo di famiglia di Nanni Fabbri, 1992 per Rai1

Processo di famiglia di Nanni Fabbri, 1992 per Rai1
Alessandra Martinez, protagonista del film in due puntate con la mia colonna sonora.

Le Gorille

Le Gorille
Serie TV franco anglo italiana che riprende dei film del 1957-58 con Lino Ventura. Il personaggio è Geo Paquet, agente segreto francese, Di questa serie ho musicato 2 episodi, per la regia di Maurizio Lucidi e Duccio Tessari

Top model

Top model
Film con D'Amato

Top model

Top model
Stesso film uscito in Grecia

Top girl

Top girl
Film sequel di D'Amato. Beh, dopo tutte ste top, non poteva mancare la girl!

High finance woman

High finance woman
Altro film di D'Amato con le mie musiche